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Associazione Culturale Internazionale Nuove Scienze


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Roberto La Paglia

Un popolo nato dal nulla, vissuto misteriosamente e altrettanto misteriosamente scomparso; chi erano veramente i Maya?

Il Popol Vuh, il testo sacro che riassume le antiche conoscenze di questo popolo, potrebbe rivelarsi un inaspettato indizio che aprirebbe le porte verso una nuova interpretazione della loro origine. Un popolo per un mistero: Molte sono state le civiltà che hanno lasciato tracce del loro passaggio, segni più o meno importanti, a volte ignorati, incompresi, quindi riscoperti e rivalutati; tra queste tracce, quella che ancora oggi si ostina a nascondersi dietro una coltre di arcani misteri, è di certo la civiltà Maya, e proprio di questo strano popolo ci occuperemo, viste anche le molte connessioni riscontrate con alcuni dei temi cari a questa rivista. In un percorso che andava dal Guatemala al Messico Centrale, si estendevano le loro città stato, perfetti esempi di architettura urbana per una civiltà che, secondo molti studiosi, risalirebbe addirittura al 12.042 a.C. Chi erano veramente i Maya? Molte le ipotesi ma, di contro, ben poche quelle veramente valide; in un luogo geograficamente inospitale, nel quale le insidie naturali e il clima estremamente torrido cospirano contro l’uomo, insieme alle tanti tribù nemiche, gli insetti e le malattie, nacque una civiltà che ancora oggi fa discutere, ma che riunisce tutti quando si tratta di ammirare le bellezze architettoniche e l’estrema finezza culturale. Erano dediti all’agricoltura, studiavano gli astri e la matematica, ma erano anche un popolo guerriero, legato da sentimenti antichi alle sue divinità, un legame così saldo d prevedere in assoluta tranquillità anche i sacrifici umani. Ma ritorniamo sui nostri passi; dicevamo che i Maya studiavano gli astri; a questa informazione possiamo aggiungere che erano anche all’avanguardia in questo tipo di studi, così come lo erano nella matematica. Avevano creato un calendario ancora più perfetto del nostro, con un mese lunare di 29,53086 giorni contro il nostro di 29,53059 giorni; conoscevano perfettamente il moto dei pianeti, le fasi lunari, le eclissi, ed erano particolarmente legati agli aspetti di Venere. Già per molti queste nozioni tradirebbero contatti extraterrestri, ma questi tesi è valida? Quali altri indizi potrebbero aggiungersi a questa ipotesi? Gli uomini dello spazio: Tracce di una presunta “conoscenza non terrestre” sono identificabili proprio nel sentimento religioso di questo popolo, oltre che nei pochi documenti scritti che si salvarono dalla furia dei conquistadores. Tutti questi indizi possono essere ritrovati in Quetzalcoatl, il Serpente Piumato sacro sia ai Maya che agli Aztechi; fu lui a colonizzare il Centro America, a portare la tecnologia e l’agricoltura; tutto ciò avvenne quando Quetzalcoatl scese sulla terra a bordo di uno strano veicolo a forma di serpente, facendosi notare per la sua pelle bianca e la barba. Un esame più attento dei reperti archeologici riguardanti il Serpente Piumato, rivela infatti quella che può essere considerata una “particolare” anomalia; questa caratteristica risulta maggiormente visibile osservando una statua conservata in Messico, nel museo di Toluca. Nella scultura Quetzalcoatl viene raffigurato con una strana maschera a forma di becco d’uccello, particolare non presente quando invece lo stesso Dio viene si trova iconograficamente nei cieli. Perché Quetzalcoatl ha bisogno di una maschera quando sosta sulla terra? Non dimentichiamo che, nella tradizione Maya, l’arrivo di questa divinità viene descritto al pari di una moderna testimonianza riguardante un atterraggio Ufo! Si trattava forse di un casco, indispensabile per muoversi sulla terra? Quetzalcoatl ripartì a bordo della propria nave diretta verso Venere, promettendo che un giorno sarebbe ritornato; non fu certo una promessa che portò fortuna al popolo Maya: quando Hernàn Cortes, di pelle bianca e con la barba, si presentò al popolo, venne subito scambiato per una incarnazione del Serpente Piumato, con il risultato che la nazione venne quasi interamente distrutta. L’idea che esseri dalle sconosciute origini abbiano visitato il popolo Maya, viene rafforzata anche dal misterioso caso, origine tra l’altro di un interesse dibattito, che si accese alla scoperta della famosa Lastra di Palenque. Il Tempio delle Iscrizioni, all’interno del quale venne ritrovata la Lastra, è un edificio enigmatico per molti aspetti; Palenque era una splendida città, abbellita da splendidi palazzi e maestosi templi, tra i quali proprio quello chiamato delle Iscrizioni, costruito su una piramide, eretta a sua volta su una tomba, particolare abbastanza inusuale, almeno per quanto riguarda l’intera zona. La camera funeraria, con accesso da una delle cinque porte decorate a stucco, è larga quattro metri e lunga nove; sulle pareti numerose decorazioni del Signore della Notte, ma quello che più ci interessa è un sarcofago di pietra e il suo misterioso contenuto. Si tratta di uno scheletro con il teschio coperto da una meravigliosa maschera di giada, con accanto numerosi gioielli e tra le mani un cubo e una sfera. Tralasciando la simbologia funeraria, che non sempre da sola è sufficiente a delineare linee di ricerca non convenzionali, concentriamoci invece sul reperto che ha scatenato innumerevoli polemiche, non ancora del tutto sopite: la lastra tombale. La raffigurazione è molto semplice, la figura netta e precisa, per quanto si possa obiettare che l’osservatore moderno, carico di nozioni certo più avanzate rispetto a quelle dei Maya, potrebbe osservare con diversi occhi quello che era un semplice motivo funerario: è davvero così? Osserviamo anche noi questa strana incisione: un uomo seduto alla guida di quello che, a prima vista, sembra apparire come uno strano velivolo; le mani sembrano stringere dei comandi meccanici, mentre alcuni tubi, partendo dai vari congegni, terminano nelle narici del pilota dando la netta impressione che possa trattarsi di respiratori; i piedi, infine, sono posti inequivocabilmente in una posizione adatta alla guida di un velivolo, mentre l’intera immagine restituisce la visione di una navetta spaziale e il pilota ha la stessa posizione che assumevano i primi astronauti all’inizio dei moderni viaggi spaziali. Il dibattito su cosa rappresenti esattamente questa incisione , non si è mai del tutto esaurito; l’archeologia ufficiale ha ovviamente esposto le proprie conclusioni, i ricercatori di confine hanno fatto altrettanto, e come spesso accade, la verità probabilmente si trova al centro di ogni controversia; ancora una volta quei famosi ragionevoli dubbi che accompagnano costantemente ogni ricerca in questo campo, ritornano ad affiorare, e sempre più numerosi continuano ad attendere risposte: cosa rappresenta questa incisione? Una mappa stellare come testimonianza del viaggio compiuto dal misterioso ospite del sarcofago? Si tratta ovviamente di ipotesi, nessuna prova certa da entrambe le parti, ipotesi che spesso alimentano le più estrose fantasie, ma a volte cavalcando l’immaginazione si può giungere a mete del tutto inaspettate; ma i misteri “celesti” dei Maya non si fermano qui, e la nostra prossima meta ci porterà a riconsiderare addirittura il mistero dell’origine della vita. Il libro dei Creatori Quale profondo mistero si cela dietro l’origine della vita sul nostro pianeta? Germi vitali provenienti dallo spazio? Una misteriosa forza creatrice, oppure un lungo e travagliato percorso evolutivo? La questione è aperta, la ricerca spazia senza sosta, indaga sulle comete, invoca la fede, urla al caso, ma osserva anche il cielo e non di rado presuppone che i nostri padri siano in qualche modo rimasti sulla terra, scolpiti nelle pietre o ricordati in antichi testi sacri ancora non del tutto completamene interpretati. Uno di questi misteriosi libri appartiene proprio alla cultura Maya, e racchiude antichi ricordi legati alla creazione del mondo, trascritti e conservati perché la memoria non andasse distrutta dalla furia dei conquistadores spagnoli; tutte queste informazioni confluirono nel Popol Vuh, e tra le sue pagine proveremo a cercare nuovi indizi che ci permettano di continuare il nostro viaggio. Il testo, come ogni libro sacro che si rispetti, inizia proprio con il mito della creazione, anche se siamo ormai coscienti che dietro ogni mito risiede una verità dimenticata; come interpretare dunque questa poetica descrizione iniziale: “questo è il racconto di come tutto era sospeso, tutto calmo, in silenzio; tutto immobile, tranquillo, e la distesa del cielo era vuota…”. Il testo più conosciuto e completo è quello redatto in dialetto maya Quiché, scoperto nel 1702 dal sacerdote Francisco Ximénez nella cittadina di Chichicastenango, in Guatemala; contravvenendo alla prassi, padre Ximénez non bruciò il manoscritto, anzi ne fece una copia aggiungendovi una traduzione in lingua castigliana. Proprio questa copia venne in seguito ritrovata presso la biblioteca dell'Università di San Carlos, a Città del Guatemala, nel 1854, dall'abate Brasseur de Bourbourg e da Carl Scherzer. Quello che comunque rimane più interessante è il testo del manoscritto Ximénez, in quanto copia fedele e senza correzioni che tradisce l’esistenza di un testo iconografico ancora più antico, dal quale l’originale Popol Vuh sarebbe stato tratto. Il manoscritto è ora conservato nella biblioteca Newberry a Chicago in Illinois. Il testo si apre con la creazione della Terra e degli animali da parte di Gucumatz e Tepeu, un Dio e una Dea che vengono assistiti da misteriose entità chiamate “Antenati circondati dalla luce”. Il seguito della narrazione è molto simile alla storia tramandata dal libro della Genesi; dalla terra e dal fango venne creata la carne dell'uomo, al quale i “Signori Celesti” proibirono di avvicinarsi ad un “albero magico” e di coglierne i frutti. Sarà una vergine, Cuchumaquic, che contravverrà al divieto; in seguito a questa sua disobbedienza la donna acquisterà l'immortalità' e diverrà portatrice di vita, rimanendo incinta.  Secondo il Popol Vuh, i primi uomini che abitarono la Terra erano in grado di vedere tutte le cose, fossero queste vicine o lontane, erano anche dotati della onniscienza e di una grande saggezza; queste doti, probabilmente ereditate dai loro stessi creatori, misero in allarme gli Antenati, scatenando allo stesso tempo la loro gelosia; per evitare che gli uomini fossero uguali ai loro creatori, venne loro annebbiata la vista e ben presto, il genere umano, cadde nel buio dell’ignoranza, una immagine che forse è meglio interpretare come un lungo processo che portò l’uomo a dimenticare quasi completamente le proprie origini. Chi sono quindi questi misteriosi Antenati? Non si tratta certo di divinità comuni, assimilabili alle varie tradizioni mitologiche conosciute; da una analisi comparativa è molto più facile accostare gli Antenati agli Dei del popolo Sumero, perennemente in lotta tra loro, con passioni e vizi molto “umani”, sempre preoccupati di mantenere nell’ignoranza l’uomo per poterlo meglio “usare” e dirigere. Se gli Antenati dei Maya ci hanno, in qualche modo, riportato alla mente l’immagine di esseri non terrestri impegnati nella “costruzione” del genere umano, il loro accostamento con il mito dei Sumeri rafforza ancora di più questa ipotesi; i creatori sumeri erano infatti gli “Annunaki”, esseri umanoidi dagli occhi ovali e scuri e dalla testa a pera, caratteristiche fin troppo simili alla figura dei Grigi, argomento controverso di molti dibattiti ufologici. Anche i creatori sumeri vengono raffigurati accanto ad un simbolico “albero della vita”, e non è sicuramente una coincidenza il fatto che molte vittime di Abduction descrivano i loro rapitori esattamente come gli “Annunaki” dei sumeri. Tra le testimonianze più interessanti, è possibile citare quella di Betty Andreasson, alla quale i rapitori alieni si presentarono definendosi con il titolo di “Guardiani”, mentre in uno dei tanti casi investigati dal ricercatore Michael Hesemann, il testimone descrisse gli alieni in azione intorno ad un congegno del tutto simile ad un “'albero della vita” sumero. Misteri genetici Chi erano gli Annunaki? Erano gli stessi esseri descritti dai Maya? Ma, soprattutto, cosa si volle rappresentare veramente con il simbolo dell’Albero della Vita? Proviamo a vagliare alcune ipotesi: Michael Hesemann sostiene che la prima e più antica mitologia sumera ricordi in realtà quelli che noi oggi conosciamo con il nome di Grigi; da questo dovremmo dedurre che l’Albero della Vita sia in qualche modo connesso con una sorta di codice genetico, un codice al quale potevano avere accesso soltanto i Creatori, una sorta di DNA primordiale in continua fase di sperimentazione. Ipotizzando una tale immagine primordiale, proviamo a cercare ulteriori riscontri: parlando di ingegneria genetica non dovremmo stupirci più di tanto, se non fosse per il fatto che stiamo presupponendo eventi accaduti in un periodo durante il quale nessun tipo di tecnologia evoluta sarebbe dovuta esistere. Perché allora tante culture diverse tra loro, geograficamente lontane e divise da lunghissime distanze temporali, posseggono lo stesso ricordo dell’Albero della Vita? A questo quesito si potrebbe rispondere con una semplice affermazione: il ricordo comune di questo simbolo è la migliore prova della sua reale esistenza; così come gli uomini “primitivi” riportavano sulla roccia scene alle quali avevano realmente assistito, allo stesso modo, nel sentimento religioso collettivo, venne tramandato il ricordo di un misterioso strumento, l’Albero della Vita, uno strumento che i primi uomini ben conoscevano e con il quale avevano probabilmente una certa familiarità. Solo in questo modo è possibile spiegare simboli come lo Yggdrasil dei Germani, l’Etrog degli ebrei, seguiti da tanti altri nomi diversi, tutti a perenne ricordo di un unico, originale Albero della Vita, come Maymeln per i lapponi, Vaikunta per gli indiani,oppure Ulukapu per i polinesiani. Rimane soltanto da stabilire cosa fosse in origine questo magico fusto, poteva forse trattarsi di una colonna istoriata, o molto più probabilmente, vista l’origine non terrestre, una sorta di moderno totem elettronico, attraverso il quale era possibile programmare e riprogrammare la struttura genetica dell’uomo. Di questo stesso avviso è l’orientalista Zecharia Sitchin, che vede nell’Albero della Vita una lontana rappresentazione della doppia elica del DNA, circondata da scene fin troppo vicine a quelle che potrebbero osservarsi in un moderno laboratorio: divinità alate e mostri parte uomo e parte bestia, probabili risultati di una manipolazione genetica, seguiti da figure umane sdraiate su dei tavoli operatori, a contatto con strane onde, sotto lo sguardo attento di una schiera di dei. Antiche conoscenze dimenticate Ricordi deformati dal tempo e di processi storici? Contatti alieni oppure semplicemente antiche conoscenze dimenticate? Proseguendo a leggere il Popol Vuh le sorprese non sembrano avere fine; subito dopo la disobbedienza della vergine, i creatori incaricano alcune misteriose creature, definite “non di questo mondo”, di punire la donna. Ancora una volta le moderne immagini degli alieni trovano riscontro nelle antiche testimonianze; le creature incaricate sono infatti i “Messaggeri”, chiamati anche “Gufi” per via dei loro enormi occhi; questi stessi esseri sono gli stessi che l’americano Whitley Strieber parlando del proprio rapimento, strani esseri dagli enormi occhi che sequestrano gli umani obbedendo ai comandi dei Grigi. Ma questi strani “Gufi” ricordano anche, e molto da vicino, un altrettanto misterioso personaggio che dagli anni Sessanta ha spesso monopolizzato le cronache ufologiche, il Mothman, l’Uomo Falena, anche lui considerato come un “Messaggero” e fin troppo simile ai racconti tramandati dal Popol Vuh per non lasciare pensare ad una probabile connessione. Memorie distorte di eventi reali? L’unica certezza è che i nostri antenati furono testimoni di grandi eventi, fatti decisivi per la nascita del nostro mondo, che andrebbero approfonditi con maggior costanza, lontano da preconcetti; forse la chiave per comprendere il mistero delle nostre origini si trova negli spazi infiniti, ma per essere ritrovata dobbiamo seguirne le tracce su questa terra.