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Nel luglio del 2002 il giornalista romano Roberto Leggio ritrova per caso, all’interno di un libro acquistato in una bancarella di Montecatini (PT), un vecchio ed ingiallito diario in forma di lettera con date comprese tra il maggio ed il luglio del 1926. Il contenuto del documento, invero piuttosto lacunoso, descrive tutti i momenti più salienti di un viaggio iniziato dalla costa orientale degli Stati Uniti fino alla regione del Polesine, nel Veneto. Assieme agli appunti di viaggio, sono presenti una serie di riflessioni sulla suggestione dei luoghi, e numerosi riferimenti alle numerose leggende del Polesine, in particolare ai Racconti del Filò.
Il manoscritto è indirizzato ad Alfred Galpin, e reca la firma “Grandpa Theo”. Galpin (che visse molti anni a Montecatini) è un nome noto agli studiosi lovecraftiani: (uno dei pupilli dello scrittore di Providence) mentre “Grandpa Theo” è uno degli pseudonimi usati da HPL nella copiosa corrispondenza con colleghi ed amici, talvolta usato sotto forma di “Theobaldus” (in caratteri greci). Leggio, assieme al collega ed amico Federico Greco (giornalista e documentarista), decide di far visionare il documento al Prof. Sebastiano Fusco, probabilmente il più noto e rigoroso esperto lovecraftiano in Italia, responsabile insieme a pochi altri della diffusione dell’opera omnia dello scrittore americano nel nostro paese. Dopo tutta questa serie di rocambolesche coincidenze, Leggio e Greco decidono di intraprendere un vero e proprio viaggio di ricerca nelle terre del Delta del Po. Lo scopo sarà quello di verificare l’ipotesi secondo la quale Lovecraft, al contrario di quanto noto ai suoi storiografi, avrebbe viaggiato in Italia nel 1926 traendo ispirazione dallo stesso viaggio, e dai Racconti del Filò, per la composizione delle sue opere successive. Queste ultime saranno la parte centrale e fondamentale di tutto il ciclo di Chtulhu (tra cui il celebre The Shadow over Innsmouth) e, probabilmente, anche quelle che conferiranno maggiore notorietà a Lovecraft, elevandolo a grande maestro della narrativa fantastica di ogni tempo.
Nasce così H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia (26’), girato nella scorsa primavera e prodotto dalla Digital desk, di Piergiorgio Bellocchio e Andrea Marotti.

Il documentario
“Polesine...terra di acqua e fango”…queste sono le prime parole pronunciate da una rilassata compagnia di autoctoni del luogo, attorno ad un rassicurante falò notturno. Si apre così questa suggestiva opera dei due giovani registi Federico Greco e Roberto Leggio, con all’attivo già numerosi interessanti lavori tra documentari, cortometraggi e lungometraggi. H.P.Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia avrà molteplici compiti: seguire il cammino descritto nel diario, cercando di ripercorrere tutte le tappe ed i luoghi in esso citati. Accompagnare lo spettatore nella scoperta di un’affascinante zona d’Italia non molto conosciuta alla massa e, soprattutto, evidenziare tutta una serie di curiosi e straordinari parallelismi tra il folklore del Polesine e l’opera del maestro di Providence. Ma andiamo per ordine,

Gli autori ricostruiscono in base alle pagine del (presunto) diario di Lovecraft tutta l’ipotetica permanenza ed il pellegrinaggio dello scrittore nei luoghi più mistici e solitari del delta del Po.
Già la prima sequenza dischiude tutto il fascino ed il mistero che ammanta questo manoscritto ritrovato, (autentico o no che sia) per tutti gli appassionati della grande narrativa fantastica del ‘900: Sebastiano Fusco, uno dei massimi esponenti della “lovecraftologia” in Italia, chiede di visionare il manoscritto, che si presenta come un plico ingiallito e consunto dentro il quale sono riposti, piegati in due, un folto numero di pagine densamente riempite con inchiostro blu. La calligrafia, abbastanza nota agli esperti di HPL, intervallata da disegni di paesaggi e creature fantastiche, sembra essere proprio quella dello scrittore del Rhode Island. Fusco esamina le prime pagine con occhio attento ed afferma che, in caso di autenticità del documento in questione, si potrebbe parlare della scoperta del secolo per tutti gli studiosi lovecraftiani. Ha così inizio un viaggio in una sorta di dimensione parallela; un viaggio introdotto da un’efficace voce fuori campo su tutte le tappe salienti del diario, intramezzando la narrazione con una serie di preziosi interventi di studiosi del folklore locale (G. Sparapan, E. Baldini, C. Crepaldi), abitanti del Polesine, ed esperti lovecraftiani (S. Fusco, G. De Turris).

La veloce carrellata sull’infanzia e l’adolescenza dello scrittore è senz’altro essenziale nella visione d’insieme del documentario. Fusco abbozza un ritratto di HPL con mano affettuosa e sapiente, accentuando quasi impercettibilmente la probabile causa scatenante dello straordinario effluvio narrativo di Lovecraft: il traumatico evento del ricovero in manicomio del padre, avvenuto nell’infanzia del maestro. Notevoli le riprese negli interni della Biblioteca Marciana di Venezia, che viene ripetutamente citata nel manoscritto come una delle più importanti in Europa. Fusco afferma che “Se c’è un posto al mondo che avrebbe potuto davvero attirare Lovecraft,, questo è la Biblioteca Marciana di Venezia, che può essere sicuramente vero, anche se il discorso generalizzato alle biblioteche nel “mondo” implica necessariamente una menzione particolare alla grandiosa Biblioteca di Alessandria, fondata da Tolomeo I, che HPL sicuramente conosceva bene ed ammirava svisceratamente. Le morbide carrellate sugli antichi tomi della Biblioteca Marciana, custodi di saperi remoti ed ancestrali, infervora l’immaginazione e focalizza l’attenzione su di una parte di questa importante sede del sapere umano. La cospicua presenza di antichi e rari testi, dal contenuto magico-esoterico ed occultista, avvalora l’ipotesi di plausibilità di una possibile visita di HPL nella biblioteca veneta. Viene anche sottolineato, da M. Zorzi (direttore della Marciana), che un passaggio di HPL presso la biblioteca in questione sarebbe stato comunque conservato nei registri di accesso e di prestito librario, in obbligo in tutte le biblioteche del mondo. Rimane comunque il fatto che Lovecraft amava circondarsi di pseudonimi e giochi di parole, quindi non è da escludere che lo scrittore abbia voluto, per qualche motivo (attualmente ignoto), criptare il proprio passaggio in Biblioteca con uno pseudonimo verosimile.

Suggestive le riprese in movimento dell’entroterra polesano, in una sorta di tributo a queste terre a tratti surreali nel loro aspetto così misterioso, sinistro ed al tempo stesso sognante. L’intento da parte dei due registi di dischiudere un micro-universo a sé stante, è evidente sin dai primi minuti di questo affascinante lavoro. L’ottima fotografia, dai toni caldi ed avvolgenti, cattura lo sguardo in un continuo susseguirsi di immagini, sovrapposte alla tranquilla voce dell’io narrante (di Roberto Herlitzka). Efficaci le animazioni che, nella loro semplicità, arricchiscono lo scopo quasi pedagogico di alcune sezioni del documentario, considerando questo lavoro anche come un tributo alla vita e all’opera dello scrittore americano. Il documentario si regge su una serie di equilibri sottili ma solidi al tempo stesso, riuscendo brillantemente nell’intento di suggerire invece che mostrare, fondamentale approccio che lo stesso Lovecraft adottò come una sorta di vera e propria filosofia del suo modo di scrivere. Un'altra parte integrante del cortometraggio, è interamente costituita da testimonianze vere di abitanti del luogo, affiancate da altre di studiosi di folklore e di misteri italiani. In questo punto, il lavoro di Greco e Leggio assume un approccio più marcatamente “americano” nel modo di esporre il materiale da documentare. Il montaggio si fa serrato, e le fasi salienti delle varie interviste si incastrano come un mosaico, per dare allo spettatore una panoramica globale della vicenda. Si costruisce così un suggestivo identikit di un potenziale homo-saurus, una sorta di creatura antropo-anfibica la cui specie, secondo i Racconti del Filò, abiterebbe da millenni le zone lagunari del territorio. La similitudine con l’immonda stirpe degli uomini-pesce del racconto La maschera di Innsmouth (1931) è notevole, anche per tutta una serie di inquietanti riferimenti a case dell’entroterra del Polesine, totalmente disabitate e dalle finestre sbarrate da assi. Inoltre, il fondamentale racconto Il richiamo di Cthulhu è stato scritto da HPL proprio verso la fine del 1926, anche se il celebre Dagon, che rappresenta il germe iniziale di tutti i miti di Cthulhu, è datato 1917, ovvero nove anni prima. Ad ogni modo Lovecraft, a detta del diario in questione, sembra si sia immerso totalmente nelle varie leggende locali, le quali cambiano a seconda delle aree del delta del Po, ma che hanno come denominatore comune la presenza di questi esseri ibridi tra l’umano e l’anfibio.
  
Altra protagonista del manoscritto è Loreo (Rovigo), una piccola cittadina che sorge sulla bisettrice del canale che collega l’Adige al Po orientale. Il parallelismo con la lovecraftiana Innsmouth è molto forte: le lugubri e fatiscenti catapecchie dalle finestre sbarrate, come a voler celare qualche orribile abominio mai sopito. L’odore lacustre e putrescente di qualcosa che è sedimentato da tanti (troppi) anni in uno stato di totale decadenza ed abbandono, ed anche la dettagliata piantina di Innsmouth, che HPL disegnò in coincidenza con la stesura del racconto, come se avesse già visitato quei luoghi riprodotti con tanta precisione. Ma la cosa che più colpisce di tutta questa serie di parallelismi è, probabilmente, la citazione nel manoscritto della Confraternita della S.S. Trinità dei “Fradei” di Loreo. Questa sorta di confraternita segreta, nata nel 1606 ed in seguito riconosciuta dal Vescovo, sembra essere davvero avvolta da un’aurea di mistero. Gli adepti sono vestiti di un saio rosso amaranto, e si riuniscono da tutta Italia agli inizi di agosto per celebrare una sorta di rito notturno, nel quale è proibito l’ingresso ai visitatori. Tra l’altro sembra che le persone del luogo abbiano come una vaga reticenza a parlarne, ed i sacerdoti ne accennano appena, in modo vago e imbarazzato. Davvero inquietante il parallelismo tra questi “frati rossi” ed un celebre topos lovecraftiano, ovvero quello delle sette segrete dedite al culto dei vari dei come Cthulhu, Dagon, etc…

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