A.C.I.N.S.

Associazione Culturale Internazionale Nuove Scienze

Presidente Marco Marafante       Home      Chi Siamo      Associati      Info e Contatti      Come Aderire      Eventi      I Nostri Viaggi      Foto Gallery      Link e Banner

Frasi Celebri      Aforismi      Collabora con Noi      Biblioteca      Foto Storiche      Il Tour del Mistero      Paranormale      La Nostra Rivista Ufficiale

 

 

I Tubi di Baigong sono una serie di condotti scoperti vicino al Monte Baigong (白公山)a circa 40 km a sud-est della città di Deligha (德令哈市), nella prefettura autonoma tibetana di Haixi, (海西蒙古族藏族自治州), nella provincia di Qinghai (青海省), in Cina. Sulla sponda sud del lago salato, il Toson, si trovano i relitti che la gente indica come quelli lasciati da extraterrestri. Appaiono come una piramide di circa 60 metri una grande struttura di tubi di metallo con diametri che variano da dieci a quaranta centimetri.

Di fronte ad essa si osservano tre caverne con apertura triangolare, due collassate e inaccessibili; una terza, più grande delle altre, con il pavimento a due metri sotto il livello del suolo e la volta a otto metri sopra, con una profondità di sei metri. All’interno è visibile un tubo di circa 40 centimetri di diametro che scende obliquamente dalla sommità della caverna; si può osservare un altro tubo della stesso diametro affiorare dal terreno. Sopra la caverna decine di tubi di diversi diametri percorrono l’intera montagna. Ovunque, disseminati davanti e sopra le caverne, sulla sponda del lago salato, si trovano numerosi frammenti rugginosi, tubi di vari diametri fra due e 4,5 centimetri, pietre stranamente modellate. Alcuni tubi spariscono sotto la superficie del lago. Sono tutti di un color rosso tendente al marrone, come le rocce circostanti e, nonostante siano sottili, non presentano ostruzioni dopo essere stati sottoposti per anni ai movimenti sabbiosi. I frammenti sono stati analizzati da una fonderia locale ed è emerso che sono composti per il 30% di ossido di ferro, contengono una grande quantità di anidride silicea e ossido di calcio. Per una percentuale dell’otto per cento il composto non può essere identificato. Questo accresce il mistero che si è creato intorno ai "resti di ET". Di fatto, a detta degli esperti, la grande quantità di anidride silicea e di biossido di calcio deriva da una prolungata interazione fra il ferro e l’arenaria delle pietre, di conseguenza si può ritenere che i tubi siano antichissimi. Secondo alcuni il sito può benissimo essere stato una torre di lancio extraterrestre o quantomeno un antico osservatorio. La notevole altitudine del luogo e l’aria trasparente è ideale per praticare l’astronomia, difatti a settanta chilometri da lì si trova il radiotelescopio dell’Osservatorio dell’Accademia delle Scienze Cinese.
Extraterrestre o meno, in pratica si tratta della segnalazione del ritrovamento di ferro che viene considerato antichissimo.
La “Piramide”

I Tubi di Baigong sono associati ad una "piramide" alta circa 50/60 metri , costruita sul Monte Baigong, alto 2200 mt, sui lati della quale si aprono delle caverne. L'ingresso delle due più piccole è crollato. mentre è accessibile l'ingresso della più grande, alto 6 metri.

I tubi di Baigong

Fra i due tubi individuati nella caverna più grande, uno ha un diametro di 40 cm, ed è di colore marrone -rossiccio. All'interno della stessa caverna, un'altra è simile in diametro e caratteristiche. Inoltre sono stati individuati dozzine di tubi rettilinei, con diametri varianti tra i 10 e i 40 cm che fuoriescono dal Monte Baigon situato al di sopra della caverna più grande.

Sono state individuate altre condotte sulla spiaggia e nel Lago Toson, che si trova a circa 80 metri dall'ingresso della caverna più grande rettilinee e cave all'interno. Queste, il cui diametro varia tra i 2 e i 4.5 cm, sono orientate secondo un'asse est-ovest. Un altro gruppo, si sviluppa probabilmente in verticale, sia sporgendo che immergendosi al di sotto e al di sopra della superficie del lago.

Oltre a queste condotte sono stati individuati sul luogo, dei "rottami arrugginiti" e "pietre dalla forma insolita". Le analisi svolte da Liu Shaolin nella fonderia locale hanno rilevato la presenza di un 30% di ossido di ferro, una grande quantità di diossido di silicio e di ossido di calcio, mentre per il restante 8% è di un composto che non stato possibile identificare , probabilmente inesistente sulla Terra.
L'indagine

Le condotte vennero scoperte per la prima volta da scienziati americani alla ricerca di fossili di dinosauri, che informarono le autorità locali di Delingha. Questo rapporto venne ignorato, finché uno dei sei rapporti redatti da Ye Zhou, venne pubblicato, nel giugno 2002, sullo "Henan Dahe Bao" (河南大河报).Immediatamente, Quin Jianwen ,un ufficiale locale, informò i giornalisti della Xinhua News Agency della scoperta, il 16 giugno 2002. Il governo locale ha promosso questo sito ad attrazione turistica.

Nel 2002, venne pianificata una spedizione per indagare più a fondo la scoperta. Una fonte anonima ( 2002a, 2002b) ha annunciato che un gruppo di nove scienziati Cinesi, ha visitato e studiato il luogo. Questo gruppo era comporto da 10 esperti, 10 giornalisti e un troupe televisiva della CCTV ( China Central Television)

I "Condotti" Navajo

Una concrezione naturale simile a condotte, e analoga ai tubi di Baigong, è stata trovata in una arenaria di una riserva Navajo e in altre arenarie sparse per tutto il sud ovest degli Stati Uniti nella forma di tubi di ematite. L'ematite è un minerale che può presentarsi sotto forma di "minerali di ferro" disgenetico, e può esibire una stupefacente gamma di forme bizzarre, descrivibile sia come "pietre dalle forme strane" che come "rottami arrugginiti".

Altri concrezioni di questo tipo, risalenti al Giurassico sono state trovate nello Utah Brenda Beitler nota che la presenza di strati sub orizzontali, verticali, e planari di tubi, creati, probabilmente, dalla precipitazione di ematite all'interno della arenaria Navajo. .

Le ipotesi e le differenze con i tubi di baigong


Un'ipotesi afferma che queste condotte sono probabilmente il risultato di un naturale processo di auto-organizzazione, avvenuto durante la precipitazione di ossido di ferro all'interno di rocce sedimentarie, ma non è chiaro in quale modo questo possa avvenire e del perché solo in forma di tubi rettilinei. Secondo la stessa ipotesi il ritrovamento di ossido di ferro nella misura del 30% e una grande quantità di "diossido di silicio" e di ossido di calcio è consistente con la quantità di ematite ritrovata nelle arenarie Navajo e nello Utah. Inoltre, un sistema idraulico artificiale possiede comunque caratteristiche che lo distinguono da qualsiasi formazione geologica naturale. Pertanto diverrebbe determinante definire la struttura complessiva del sito, che attualmente non si conosce, così come non è conosciuta l'analoga struttura dei tubi presenti nella regione Navajo o delle forme cilindriche della Louisiana. Inoltre i Tubi di Baigong presentano delle zone in cui il tubo è fissato alla parete della caverna, , il che ne escluderebbe l'origine naturale. Infine, i Tubi di Baigong, così come è stato descritto in precedenza, contengono un 8% di un materiale che non è stato possibile identificare.

Ogni ipotesi è aperta ad ulteriori verifiche.

 

A 50 km a sud di Cluj-Napoca, ex-capitale della Transilvania, nel centro della Romania, a 2 km ad est di Aiud , in una cava di sabbia alle rive del fiume Mures, un gruppo di operai portò alla luce nella primavera dell’anno 1974 tre piccoli strani oggetti. Tali oggetti si trovavano nel sedimento sabbioso del fiume a una profondità di 10 m. Gli operai consegnarono i reperti al loro responsabile e questo li fece vedere a un ricercatore locale, che informò l’Istituto Archeologico di Cluj-Napoca

Gli archeologi dell’istituto li hanno ripuliti e constatato che uno degli oggetti era un osso degli arti e un altro un molare di un giovane mastodonte, un archeo-elefante che ha vissuto fra il Miocene (circa 20 milioni di anni fa) e il medio Pleistocene (circa 1 milione di anni fa).

Le rocce di questa parte della Romania risalgono al periodo del Pleistocene e Miocene e i sedimenti alluvionali all’ultimo milione d’anni.
Il terzo oggetto sembrava essere una scure di pietra, però dopo aver tolto la grossa crosta di sabbia dalla sua superficie, si è rivelato invece un oggetto metallico. Il reperto è lungo 20,2 cm, largo 12,7 cm, alto 7 cm e presenta nel centro un incavo circolare, un foro di 4 cm di diametro. Questo incavo con una deformazione ovale in basso ha una forma tale come se avesse contenuto qualcosa, forse un’asta con una estremità sferica. Un altro foro più piccolo, di diametro 1,7 cm e perpendicolare al primo, esce sul fianco "posteriore" del misterioso oggetto. Questo fianco nonché i due fianchi laterali presentano tracce tali da far pensare che possano essere state ottenute in seguito a fortissimi colpi. Ciò ci fa ritenere che l’oggetto poteva essere parte di un sistema tecnico funzionale.
Che significato potevano avere però le due sporgenze a forma di alette all’estremità del reperto?

Tutto diventò davvero inquietante quando si prese la decisione di effettuare un’analisi dettagliata presso l’Istituto per le Ricerche dei Minerali e Metalli Non Ferrosi" (ICMMN) a Turnu Magurele, una città situata a sud-ovest di Bucarest, sul Danubio, vicino alla frontiera bulgara.
L’analisi metallurgica effettuata da Dr. I. Niederkorn ha rivelato che l’oggetto in discussione era composto di una lega estremamente complessa di vari elementi e cioè:
89% Al alluminio
6,2% Cu rame
2,8% Si silicio
1,8% Zn zinco
0,4% Pb piombo
0,3% Sn stagno
0,2% Zr zirconio
0,1% Cd cadmio
Vi erano poi piccole parti nell’ordine di millesimi di percento di nichel (Ni), cobalto (Co), bismuto (Bi), argento (Ag) e tracce di gallio (Ga). L’oggetto era composto in gran parte di alluminio (89%), un metallo spesso trovato in natura però soltanto in forma non pura, bensì allo stato di bauxite. L’alluminio è stato scoperto nel 1825 di H. C. Oerstred e prodotto per la prima volta in modo industriale in Francia nel 1854. Per la produzione dell’alluminio si necessita di un complicato processo industriale, l’elettrolisi, e temperature di oltre 900°C. Alluminio puro è stato ricavato per la prima volta nel 1920, mediante il noto processo galvanico basato sulla decomposizione della bauxite in un bagno elettrolitico e la deposizione dell’alluminio puro all’anodo. Dato che si tratta di un metallo leggero, abbastanza molle, si utilizza spesso in lega con altri metalli come rame, zinco, magnesio, cadmio e anche con silicio, per ottenere la durezza e la resistenza chimica necessaria allo scopo dell’applicazione. Oggi non esiste quasi nessun settore tecnico che non utilizzi in un modo o in un altro l’alluminio. Strano il fatto che la particolare lega trovata nell’oggetto misterioso di Aiud non è mai stata adoperata da nessuno finora. L’oggetto era ricoperto di uno strato d’ossido d’alluminio spesso 1 mm.

L’alluminio si ricopre all’aria rapidamente di una pellicola d’ossido spessa solo alcuni millesimi di mm che lo protegge dall’ossidazione (assimilazione di ossigeno) e in questo modo lo rende estremamente resistente alla corrosione. Come è possibile che l’oggetto di Aiud sia ricoperto di uno strato d’ossido d’alluminio così spesso (1 mm)? Sarebbe possibile soltanto se si trattasse di un oggetto vecchissimo, cioè di un oggetto di decine di migliaia d’anni di età. "Sembra che provenga dalla stessa epoca storica del mastodonte. - rileva il Dr. Niederkorn, che ha effettuato l’analisi metallurgica - È incredibile, però sembra che si tratti d’alluminio di struttura talmente vecchia che gli elementi componenti la lega hanno cominciato a distaccarsi e a riprendere addirittura le loro proprie strutture cristalline originarie". Certo è che l’oggetto di Aiud non può essere un oggetto naturale; è indiscutibilmente un oggetto artificiale, un oggetto prodotto da qualcuno. A che serviva? Gli ingegneri hanno cercato di dargli una spiegazione più o meno logica: potrebbe trattarsi forse, infatti, di una specie di sede, ovvero di un piede per il supporto di un eventuale struttura tecnico-meccanica. A titolo di curiosità va detto che supporti abbastanza simili vengono utilizzati oggi per l’atterraggio di moderne sonde spaziali. Forse si tratta solo di una coincidenza. Comunque, al di là delle coincidenze fra questo reperto e l’odierna tecnologia umana, è un fatto che l’oggetto di Aiud denota indiscutibilmente un qualche tipo di tecnologia assolutamente ingiustificabile per il contesto storico in cui è stato ritrovato ed è l’evidente indizio di una civiltà ignota, atta a sviluppare manufatti meccanici, verosimilmente risalente ad epoche in cui nulla del genere avrebbe mai dovuto esistere nel nostro mondo. Una simile tecnologia potrebbe ricollegarsi soltanto a una civiltà avanzata spazzata via da cataclismi di portata planetaria ovvero di origine estranea al pianeta Terra. Comunque sia, il misterioso oggetto di Aiud resta un’altra maglia della catena di artefatti trovati sulla nostra Terra che non hanno o non avranno mai una spiegazione soddisfacente.

 

Negli ultimi anni in Russia negli Urali sono stati ritrovati decine di reperti sicuramente opera dell'uomo ma incompatibili con le datazioni ortodosse dell'uomo sulla terra. Quello che segue è il primo rapporto pubblicato di tali scoperte da Johannes Fiebag. A partire dalle teorie di Zecharia Sitchin, alcuni studiosi di rilevanza internazionale hanno raccolto numerose prove che esperimenti di manipolazione genetica sono stati eseguiti centinaia di milioni di anni fa da esseri extraterrestri, che culminarono nella "creazione" dell'uomo.

 Uno dei principali studiosi è il Dr. Johannes Fiebag. Purtroppo la scoperta di manufatti tecnici risalenti ad un tempo così remoto sembra piuttosto improbabile. Pensiamo solo ai resti della seconda Guerra Mondiale; armi, munizioni e persino reperti di maggiori dimensioni, divenuti ormai arrugginiti e già in via di disgregazione. A maggior ragione i reperti ritrovati negli ultimi anni negli Urali sono ancora più sorprendenti.

Nel periodo 1991-1993 alcuni cercatori d'oro operanti sul piccolo fiume Narada, sul versante orientale degli Urali, trovarono molti strani oggetti a spirale. La dimensione di questi oggetti va da un massimo di 3 cm ad un minimo di 0,003 mm!
Di questi incredibili manufatti ne sono stati recuperati migliaia in vari siti, lungo i fiumi Narada, Kozhim e Balbanyu e su due affluenti minori, il Vtvisty e il Lapkhevozh, la maggior parte a profondità  fra i 3 ed i 12 metri.
Gli oggetti a forma di spirale sono composti di vari metalli: i più  grandi di rame ed i più piccoli di tungsteno e molibdeno. Il tungsteno possiede un alto peso atomico, avendo una struttura molto densa, con un punto di fusione a 3.410 °C. Attualmente viene usato per aumentare la resistenza di acciai speciali, ed in forma pura, per costruire i filamenti delle lampade ad incandescenza. Anche il molibdeno possiede un'alta densità ed un punto di fusione a 2.650 °C. Questo metallo è pure usato per rendere i metalli resistenti alla corrosione e per costruire parti meccaniche sottoposte ad usi gravosi, nonché armature per veicoli.
Attualmente questi misteriosi oggetti sono esaminati con attenzione dalla Russian Academy of Sciences di Syktyvka (la capitale dell'ex Repubblica Sovietica di Komi), di Mosca, di San Pietroburgo e anche da un istituto scientifico ad Helsinki in Finlandia.
Dopo un'attenta misurazione di questi oggetti, spesso microscopici, si è scoperto che la dimensione della spirale è stata costruita secondo il Rapporto Aureo (phi). In tempi remoti questo speciale rapporto era costantemente usato in architettura e nella geometria. Oltre a rappresentare un rapporto sacro, l'utilità di questo sistema risiede nel fatto che se una certa lunghezza viene divisa in due usando questo rapporto, la lunghezza originale sta al pezzo più  grande, come il pezzo più grande sta al più piccolo.
Oltre a questa sofisticazione, questi oggetti rappresentano ovviamente il prodotto di una tecnologia inesplicabile ma altamente avanzata. Essi hanno infatti una considerevole somiglianza con elementi di controllo usati in dispositivi miniaturizzati dell'ultima generazione, i cosiddetti nano meccanismi. Una delle applicazioni di questa tecnologia è di rendere possibile la costruzione di micro-sonde per usi chirurgici che consentano di effettuare operazioni all'interno dei vasi sanguigni; cosa attualmente impossibile con le attuali tecniche chirurgiche.
Quale era lo scopo di questi oggetti? La figura 1 mostra tutte le parti di uno degli oggetti fotografati insieme ad una barra-campione larga 200 micron! Tutti i test eseguiti sugli oggetti forniscono un'età stimata tra i 20.000 e i 318.000 anni, a seconda della profondità e delle condizioni del sito dove sono stati recuperati.
Ma anche nel caso più prudente, cioè se gli oggetti avessero 20.000 anni, la domanda inevitabile è chi, fra tutti i popoli della terra, era a quel tempo in grado di costruire oggetti così sofisticati e miniaturizzati, simili a quelli che la nostra attuale tecnologia "moderna" sta solo iniziando a realizzare?

 

Impronte di scarpe fossili. Nell'estate del 1968, William J. Meister, stava cercando fossili per la sua collezione vicino ad Antelope Spring, 43 miglia da ovest di Delta, Utah. Era accompagnato da sua moglie e due figlie, e da Mr. e Mrs. Francis Shape e le loro due figlie. Durante la campagna di scavo scoprirono diversi fossili di trilobiti quando Meister, aprendo una spessa lastra di circa due pollici di roccia, con il suo martello, scoprì l’impronta. La roccia si aprì come un libro, rivelando su una parte l’impronta di un piede umano, con un trilobite nella stessa impronta destra.

L’altra metà della lastra di roccia mostrò un altro perfetto modello dell’impronta del piede e del fossile. Con sorpresa, l’impronta umana indossava un sandalo! Il sandalo, che sembrava aver schiacciato un trilobite vivente, era lungo 26,03 cm e largo 8,9 cm; il calcagno era intagliato più leggermente della suola, come dovrebbe essere l’impronta di una calzatura umana. Il 4 luglio, Meister portò sul luogo del ritrovamento il dottor Clarence Coombs, del Columbia Union College e il geologo Maurice Carlisle, dell'Università del Colorado. Carlisle scavò per due ore prima di trovare uno strato di fango, prova del fatto che la formazione si era trovata un tempo in superficie ed era pertanto adatta per la conservazione di tracce fossili autentiche. Ma la formazione non era più in superficie da lunghissimo tempo: lo scisto che recava la traccia della scarpa proveniva da uno strato del Cambriano risalente a 505 - 590 milioni di anni fa.
Era un boccone troppo indigesto per la comunità scientifica. Quando Meister diede notizia della sua scoperta, un geologo della Brigham Young University replicò seccamente che la «traccia» era in realtà un bizzarro esempio di erosione. Un professore del Michigan liquidò il fatto come un travisamento o un falso. «Non si è mai avuto un ritrovamento autentico di questo tipo» fu la sua conclusione. Una delle ragioni per cui non si è mai avuta conferma di ritrovamenti di questo tipo potrebbe essere che gli scienziati si sono spesso accontentati di formulare giudizi senza neppure sottoporre i reperti a un vero esame.

Cremo e Thompson analizzarono al computer l'impronta e rilevarono che non si distaccava in alcun modo dal tipo di impronta che avrebbe lasciato una scarpa moderna, ma se l'impronta è autentica, non possiamo più speculare oltre sull'idea di extraterrestri in visita sulla Terra in un lontanissimo passato. L'impronta del Cambriano è un chiaro indizio del fatto che un rappresentante della razza umana se ne andava tranquillamente a spasso per l'Utah 500 milioni di anni fa. La sua paradossalità in termini evoluzionistici è la ragione per cui gli scienziati oppongono una così fiera resistenza a tale idea. Al giorno d'oggi, gli evoluzionisti concordano nell'affermare che i nostri primi antenati si differenziarono dalle scimmie tra gli 8 e i 5 milioni di anni fa.

Il deserto di Ocucaje, in Perù, è un territorio arido e sabbioso posto ai piedi della catena delle Ande, vicino all’altopiano di Nazca, celebre per i suoi disegni, e non lontano da Paracas, località nota per il suo “candelabro di sabbia”. Il deserto ha una grande rilevanza archeologica, in quanto, all’inizio del 1900, furono scoperte vastissime necropoli delle culture Nasca e Paracas (datate fra il 400 a.C. e il 400 d.C.), contenenti centinaia di mummie e migliaia di oggetti in oro, elementi del corredo funerario dei sepolti.

La valle, infatti, insieme a quelle di Pisco e Nazca, faceva parte dell’impero Chincha, impero precedente a quello Inca. In questa zona, nel 1961, furono compiuti, mediante l’utilizzo di numerose ruspe, dei lavori di scavo per la costruzione di una cisterna per la raccolta di acqua per l’irrigazione. Qualche tempo dopo, sempre nella stessa zona, il fiume Ica, nelle vicinanze del quale si trova un villaggio con lo stesso nome, ingrossò e finì per inondare le zone circostanti; erodendo i versanti delle colline delle Haciendes, di Ocucaje e di Callago, l’esondazione portò alla luce una grande quantità di pietre di dimensioni assai varie, da piccoli ciottoli a massi di oltre due quintali, che mostravano incisioni molto interessanti.

Nel mese di maggio di cinque anni dopo, un contadino della zona, Felix Llosa Romero, donò una di queste pietre ad un suo amico d’infanzia, il dottor Javier Cabrera Darquea, medico chirurgo all’ospedale di Ica, docente di biologia e di antropologia all’Università di Ica, archeologo per hobby, uomo di grande cultura e di notevole apertura mentale, perché questi la usasse come fermacarte. Il dottor Cabrera, ovviamente, non riteneva “una pietra”, seppur dal caratteristico colore scuro e dalla forma incredibilmente tondeggiante (troppo tondeggiante persino per un ciottolo di fiume), un regalo da considerare troppo prezioso. Tuttavia, alcune caratteristiche di questa lo fecero ricredere sull’importanza del suo regalo. Innanzitutto, Cabrera rimase impressionato dal peso del ciottolo di fiume, eccessivo e spropositato rispetto alle piccole dimensioni della pietra; inoltre, quando osservò la pietra con maggior attenzione, notò su di essa una strana incisione, raffigurante un “pesce sconosciuto”, per usare le stesse parole di Cabrera. Incuriosito da quello strano disegno, Cabrera condusse alcune ricerche e, con evidente stupore, scoprì che il pesce rappresentato su quella pietra era un agnathus, una specie estinta da varie migliaia di anni. Sorpreso dalla sua scoperta, Cabrera chiese al suo amico Romero la provenienza del suo dono: quella pietra, insieme a molte altre, erano vendute per pochi soldi dai contadini di Ocucaje. I contadini di Ocucaje, infatti, erano soliti arrotondare i guadagni derivanti dalla lavorazione della terra dedicandosi ad un’attività clandestina, ma molto più redditizia: il saccheggio delle tombe, che, come detto prima, in quella zona abbondano per numero e ricchezza. In quechua, l’antica lingua del luogo, si indica con il termine huaca ogni oggetto sacro: siccome i doni lasciati a corredo dei defunti sono considerati sacri, viene chiamato huaquero chi li ruba.

Quando gli haqueros, visitando quelle antiche tombe, trovarono inaspettatamente centinaia di pietre con disegni totalmente diversi da quelli delle ceramiche e di qualsiasi altro reperto Nasca o Paracas, pensarono, evidentemente, che si trattasse di sassi privi di valore archeologico e cominciarono a venderli nei loro mercatini ai turisti. Ma torniamo a Cabrera. Spinto da un irrefrenabile spirito indagatore e da una enorme curiosità per l’oscura origine di quelle pietre, Cabrera venne a sapere che anche il Museo Regionale di Ica ne possedeva alcuni esemplari, i quali, però, non erano esposti in quanto ritenuti dei falsi ad opera degli huaqueros, i contadini del deserto Ocucaje. Rifiutata, da parte del direttore del museo Adolfo Bermúdez, l’ipotesi di verificarne l’autenticità, Cabrera decise di muoversi per conto proprio e studiare da solo le pietre. Cabrera cominciò, allora, a raccogliere quante più pietre possibile, acquistandole sul mercato e ricercandole personalmente nella zona di Ica, a studiarle e catalogarle. Alla fine, riuscì a mettere insieme una collezione lapidea di circa 15.000 pietre, che decise di esporre a proprie spese presso la Casa della Cultura di Ica, alla cui direzione era stato chiamato da poco. Prima di procedere e di affrontare la “storia della storia delle pietre”, vediamo di dare loro un’occhiata più ravvicinata. Dal punto di vista scientifico, le pietre sono fatte di andesite di matrice granitica, una roccia di fiume semi-cristallina formatasi nel corso del Mesozoico (circa 250 milioni di anni fa, dunque) dalla disintegrazione del massiccio andino. Le loro dimensioni sono diverse: le più piccole non sono più grandi di una decina di centimetri, le più grandi arrivano circa ad un metro di larghezza; sono di colore grigio, a causa dell’ossidazione naturale, avvenuta circa 12.000 anni fa, e con una durezza calcolata in 4.5 punti sulla scala Mohs. Lo strato di ossido è presente su tutta la superficie della pietra, anche all’interno dei solchi: questo ci fa supporre, abbastanza logicamente, che i solchi siano stati praticati in un periodo antecedente al momento in cui è iniziato il processo di ossidazione. Insomma, se la datazione geologica è esatta, si può concludere che i solchi hanno almeno 12.000 anni.

Conclusione, inutile dirlo, sconvolgente: infatti, le prime popolazioni (primitive) si stanziarono in America tra i 10.000 ed i 20.000 anni fa e risulta difficile immaginare che una di queste abbia avuto la conoscenza tecnologica per incidere un materiale come l’andesite, la cui durezza relativa è molto vicina a quella del diamante. A supportare l’inesattezza di questa ipotesi, poi, concorre un altro fattore, probabilmente quello fondamentale e, contemporaneamente, il più sconvolgente: i temi dei disegni. Sulle pietre, infatti, sono presenti raffigurazioni di dinosauri, animali estinti, operazioni chirurgiche, strumenti e tecnologie di recente o recentissima messa a punto e molti altre conoscenze che, certamente, non potevano essere in possesso di civiltà così antiche. Utilizzando la classificazione di Cabrera, le incisioni sono suddivisibili nelle seguenti categorie: - animali preistorici - astronomia ed astronautica - antichi continenti - cataclismi planetari - medicina - razze presenti sul pianeta - flora e fauna - esodo di uomini sulla Terra - strumenti musicali Vediamo di analizzarne brevemente alcune. Per quello che riguarda la prima categoria, va detto, innanzitutto, che molte pietre appaiono molto simili, differenziandosi soltanto per piccoli particolari: alla luce di questo, Cabrera ipotizzò (e lo studio diretto lo confermò) che determinate pietre dai disegni simili potessero appartenere ad una stessa serie. Per esempio, in una serie composta da ben 205 pezzi, Cabrera trovò descritto il ciclo riproduttivo e lo sviluppo dell’Agnato (un pesce paleozoico sprovvisto di mascelle, estinto da 400 milioni di anni); un’altra serie rappresenta il ciclo evolutivo dello Stegosauro, un’altra del Triceratopo (che provano che questi animali si riproducevano come gli anfibi), un’altra ancora, formata da 48 pietre, rappresenta l’evoluzione del Megachirottero, una sorta di antenato gigante del pipistrello, che le pietre dimostrano essere stato oviparo e non viviparo, come da molto tempo si pensa. Ancora, troviamo molte raffigurazioni di dinosauri del periodo Mesozoico, come per esempio il Tyrannosaurus Rex. Altre pietre raffigurano uomini (dalla testa spropositata rispetto al corpo) a cavallo di quelli che sembrano dinosauri (per esempio, su una pietra si possono osservare due uomini che cavalcano uno Pterodattilo mentre, con un cannocchiale, osservano uno Stegosauro); altre ancora in atteggiamenti simili a quelli che, oggi, noi potremmo tenere con i nostri animali domestici. Queste raffigurazioni fanno pensare che, in passato, ci sia stato un periodo in cui uomini e dinosauri siano vissuti insieme e contemporaneamente. Tale ipotesi, oltre che dalle pietre di Ica, come appena visto, è stata “confermata” dal ritrovamento, presso Acambaro, nella Sierra Madre, in Messico, dove sono state rinvenute strane statuette che raffigurano uomini, in abiti di foggia orientale e provvisti di varie armi, in compagnia di animali preistorici. Nel 1945 Waldemar Julsrud, commerciante tedesco, durante un giro a cavallo nel suo ranch trovò una figurina di ceramica rossastra di questo tipo. Con l’aiuto del suo collaboratore indigeno, Julsrud riuscì a metterne insieme ben 33.000. Queste statuette raffiguravano dinosauri, brontosauri, serpenti, cammelli, con personaggi con volti, statura e vestiario ogni volta differenti tra loro; rappresentavano figure femminili che giocano con coccodrilli e stegosauri, in atteggiamenti che si assumono nei confronti degli animali domestici. Nel 1972 queste statuette furono esaminate nei laboratori americani e datate al 2500 a.C. Circa cinquemila anni fa, però, non esistevano i dinosauri e, cosa assai più misteriosa, nessuno sapeva che fossero esistiti. A confermare la convivenza di umani e dinosauri anche impronte umane fossilizzate insieme a quelle dei dinosauri, molti esempi delle quali si trovano nel libro di Michael Cremo e Richard Thompson intitolato Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana.
A Carson City, nel Kentuky sono state ritrovate impronte di piedi e di calzature in uno strato antico di 110 milioni di anni. A Laetoli in Tanzania, le tracce fossili umane sono mescolate a quelle dei dinosauri. A Macoupin nell’Illinois orme umane fossilizzate si trovano in uno strato del Carbonifero e risalenti quindi a 300 milioni di anni fa. Nel Canyon Havasupai si trovano le pitture murali di un T-Rex, nel Big Sandy River quelle di uno Stegosauro. Nel Turkmenistan una impronta umana è accanto a quella di un animale preistorico. Dalla posizione delle impronte sembra che l’uomo stesse cacciando l’animale. Nel letto del fiume Paluxy, in Texas, paleontologi dell’Università della California hanno considerato autentiche le tracce di impronte di dinosauri e di piedi umani. Altre impronte umane fossili in Messico, Arizona, Texas, Illinois, New Messico, Kentucky e altri stati in rocce vecchie di 250 milioni di anni. Carl Baugh, della Pennsylvania State University, in Texas rinvenne, in uno strato di roccia databile 140 milioni di anni fa, le impronte dei piedi di un uomo accanto a quelle di un dinosauro. L’incredibile scoperta fu presto bollata come un clamoroso falso; ma nel 1984, a seguito di ulteriori scavi nella stessa zona condotti dall’archeologo Hilton Hinderliter, gli scettici furono costretti a ricredersi in virtù del ritrovamento delle impronte di due sauri e di un umano in uno stesso strato geologico risalente come minimo a 65 milioni di anni fa. Nella stessa Ocucaje, dal Dottor Jimenez del Oso sono stati scoperti scheletri umani vicino a quelli di dinosauri. Volendo fare un’ipotesi razionale, si potrebbe ipotizzare che la rappresentazione di uomini in compagnia di dinosauri sia frutto di una jungiana fantasia archetipica: gli antichi incisori hanno immaginato l’esistenza di esseri enormi e giganteschi e, per esorcizzarli e per “imbonirli”, li hanno rappresentati in loro compagnia, come a voler comunicare la disponibilità a convivere. Oppure, si può ipotizzare che già 12.000 anni fa siano esistiti uomini che, rinvenuti casualmente e studiati fossili di dinosauri, abbiano cercato di ricostruire l’aspetto di quegli antichi mastodonti. Insomma, si può ipotizzare che siano esistiti dei “paleo-paleontologi” i quali abbiano rappresentato, sulle pietre, le loro ricostruzioni, ipotizzando, loro, che uomini e dinosauri, in passato, siano vissuti insieme. A questo proposito, riportiamo un brano di una leggenda degli indiani Zuni (nativi del Nuovo Messico) che sembra descrivere, con terminologia semplice e mirata, il processo di fossilizzazione: «[...] vivevano sulla terra mostri enormi [...]. Poi gli abitanti del cielo dicono a questi animali: “Vi trasformeremo in pietra, così non potrete più fare male agli uomini e recherete loro conoscenza e giovamento.
Dopo che ciò fu detto la crosta terrestre si indurì e gli animali diventarono di pietra [...].» Si è osservato che molte specie di dinosauri rappresentati sulle pietre non erano presenti nella zona del ritrovamento, dunque le pietre sono sicuramente un falso successivo, e che la qualità delle incisioni e delle rappresentazioni migliora nelle pietre scoperte in tempi più recenti. Una risposta ad ogni obiezione. Neanche oggi, noi, possiamo sapere come fossero gli stadi evolutivi degli animali studiati da Darwin, eppure, utilizzando criteri biologici ed evoluzionistici, questa ricostruzione è stata possibile ed ora abbiamo immagini abbastanza precise. Considerando, poi, il clamore suscitato dalla “faccenda” è ovvio che molti falsari si siano impegnati a realizzare pietre che, per essere appetibili dai turisti di quelle zone, dovevano anche essere “belle” da vedere … Per quello che riguarda la seconda categoria, cioè astronomia ed astronautica, alcune pietre di Ica rappresentano alcuni uomini intenti a scrutare il cielo notturno per mezzo di telescopi. Come si sa, il telescopio fu inventato dai navigatori olandesi e perfezionato da Galileo Galilei nel XVII secolo. Sempre su queste pietre, è possibile osservare, in altro a sinistra, uno strano oggetto sferico seguito da quella che sembra una “scia”: secondo Cabrera è possibile che si tratti della raffigurazione stilizzata di una cometa. In questa stessa incisione sono rappresentati anche i pianeti di Giove e Venere e un’eclissi di Sole. Altre pietre rappresentano 13 diverse costellazioni, incluse le Pleiadi. Un’altra pietra, ancora, rappresenta un calendario astronomico di 13 mesi, probabilmente basato sui cicli lunari. Su altre pietre, ancora, possiamo osservare le figure tracciate sulla piana di Nazca, come detto, non troppo lontana da Ica: su questo torneremo tra poco. Oltre al “volo su Pterodattilo”, che abbiamo visto prima, altro mezzo di locomozione aerea rappresentato sulle pietre è una sorta di uccello meccanico, a bordo del quale sono riconoscibili uomini che osservano o cacciano dinosauri o mentre scrutano il cielo, solcato da corpi celesti. Passiamo dalle stelle alla nostra Terra e vediamo di analizzare alcune pietre le immagini delle quali rientrano nella terza categoria, quella degli antichi continenti. Secondo la teoria della Tettonica a zolle o a placche, illustrata da Hapgood, i continenti poggiano su zattere di materiale galleggiante su un mare di magma; i movimenti di questi continenti, oltre a determinare, ovviamente, il loro spostamento (la famosa teoria della “deriva dei continenti”, elaborata da Wegener), sono causa di terremoti, eruzioni vulcaniche e della formazione ed innalzamento di catene montuose, aperture di mari, di laghi e quant'altro. Secondo questa teoria, anticamente la posizione dei nostri continenti non era uguale a quella che questi hanno attualmente. Per esempio, il Sud America era unito all’Africa occidentale, come la forma delle coste del Brasile, perfettamente “incastrabile” con quella del Golfo di Guinea, dimostra. Ora, una carta degli antichi continenti terrestri è presente su una delle pietre di Ica. L’incisione rappresenterebbe la disposizione degli antichi continenti di Atlantide, Mu, Lemuria e del continente americano. I geologi, servendosi dell’aiuto del computer, hanno confermato che la forma dei continenti e delle terre emerse raffigurate nelle pietre riproducono con precisione la Terra come doveva apparire 13 milioni di anni fa. Le pietre di Ica non sono gli unici documenti che attestano l’esistenza di “continenti perduti”. Nello Yucatan, in Messico, per esempio, William Niven trovò un petroglifo che riportava inspiegabili masse di terra nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Pacifico; ancora, il ricercatore James Churchward ritrovò, in Tibet, una tavoletta raffigurante “due continenti sconosciuti”. Ma torniamo ad Ica. Questa precisione nel tracciare quella che possiamo tranquillamente definire “la prima carta geografica della storia dell’uomo” ha fatto supporre che coloro che la realizzarono, evidentemente, potevano vantare un punto di vista privilegiato dal quale rilevare l’esatta posizione dei continenti: insomma, tanta precisione fa supporre che i realizzatori dell’incisione fossero in grado di viaggiare nello spazio. Questa ipotesi troverebbe conferma nelle figure presenti su altre pietre: su queste, sono raffigurate navi volanti, sospese in aria. Alcuni hanno ipotizzato che la loro capacità di volare (sempre se di questo si tratta) sia dovuta ad un campo elettromagnetico o ad un propulsore antigravitazionale. La fantasia, in questi casi, scavalca la scienza. Comunque sia, dando per buona questa ipotesi, troverebbe conferma l’ipotesi di Cabrera secondo cui Nazca altro non sarebbe che un antico porto spaziale per navi volanti. Secondo Cabrera, i tracciati andini sarebbero stati ricoperti, in passato, da un materiale sconosciuto, superconduttore e resistente alle alte temperature, che permetteva alle navi spaziali di atterrare in caduta libera senza alcun danno.
Conferma di queste teorie venne nel maggio del 1975, quando il geologo Klaus Dikudt dell’Università di Lima disse di avere rintracciato, lungo le linee, “frammenti di un materiale scuro, traslucido, infrangibile, leggero ma estremamente duro, tanto da rigare il quarzo. Il materiale analizzato aveva reagito in modo anomalo a tutti gli esami, ed era rimasto intatto perfino sottoposto ad una temperatura di 4000 gradi. Non si trattava di frammenti di meteoriti. La composizione e la provenienza di questo materiale resta ignota …”. La conferma della reale funzione di Nazca, per un circolo vizioso, confermerebbe la possibilità, per gli antichi geografi di Ica, di volare oltre i limiti dell’atmosfera e spiegherebbe, così, l’esattezza dei contorni degli antichi continenti terrestri tracciati sulle pietre. L’incredibile precisione delle carte è anche confermata da un “addetto ai lavori”. Alcune pietre sono tuttora esposte al Museo Nazionale dell’Aviazione Peruviana, a Lima, il cui ex direttore, il colonnello Omar Chioino, fece riportare su carta da esperti cartografi dell’aviazione i motivi incisi sulle sessanta pietre del museo. Alcuni disegni erano incredibilmente simili alle figure incise nel deserto di Nazca. “Solo chi è pratico di procedimenti di rilevamento topografico può comprendere che tipo di modello sia necessario per riportare in misure gigantesche un disegno originale in piccola scala, con assoluto rispetto delle proporzioni. I primi devono aver posseduto strumenti e sussidi di cui non sappiamo nulla […]. Inoltre escludo la possibilità di una contraffazione […]: il dottor Cabrera è stato sotto la sorveglianza del Servizio d’Informazione negli anni settanta e per un lungo periodo di tempo. Non è emerso nulla che lo potesse incastrare. La sua serietà è oggi al di sopra di ogni sospetto.” Per parlare delle incisioni raffiguranti “cataclismi planetari”, ossia la quarta categoria di Cabrera, dobbiamo fare nuovamente riferimento alla cosiddetta “pietra degli astronomi”, che abbiamo analizzato poco fa. In essa si possono notare, come già evidenziato prima, due persone intente ad osservare il cielo per mezzo di un telescopio: un oggetto volante sale verso il cielo mentre tre comete precipitano verso la Terra; le stelle sono ritratte con un insolito brillio, mentre un’immensa nuvola striata, che simboleggia la pioggia, segue la coda di una grossa cometa. I continenti appaiono semi sommersi mentre una stella precipita su quello che appare come un continente, oppure una grande isola. Per alcuni studiosi, questa incisione raffigurerebbe il grande cataclisma che fa da fil rouge a tutti i miti dei popoli della Terra (dall’Antico Testamento ai racconti mitologici dell’antica Mesopotamia, giusto per fare un paio di esempi) e che interessò la Terra migliaia di anni fa. Le prove concrete del suo verificarsi si troverebbero nello strato d’iridio presente nel suolo in notevole quantità, presenza che denota un incremento spiegabile unicamente con la caduta di meteoriti e non semplicemente con un incremento di attività vulcanica. La fascia del minerale è spessa ben cinquanta centimetri, il che fa ipotizzare che un grosso asteroide, o uno sciame di asteroidi, o la coda di una cometa, abbiano incrociato la traiettoria della terra. Altri indizi di un eventuale cataclisma ci arrivano dalla pietra raffigurante gli antichi continenti della Terra, che abbiamo analizzato poco fa.
Sul perimetro esterno si possono notare gruppi di piramidi, i vertici delle quali sono rivolti verso i continenti, e, tutt’intorno, una larga striscia di linee ondulate che sembra indicare un accumulo di vapore nell’atmosfera. Sapendo che le piramidi erano il simbolo di sistemi che servivano per captare, conservare e distribuire energia (come vedremo di seguito), è evidente che l’uso incongruo di tali sistemi doveva aver provocato una situazione di squilibrio. Il pianeta, ricevendo calore dal sole e non potendolo dissipare a causa di quell’enorme strato di vapore, era diventato un sistema termico chiuso. Giunto al punto di massimo accumulo, il vapore si deve essere convertito in acqua, precipitando sulla terra sotto forma di una pioggia interminabile, un vero diluvio, con conseguenze spaventose. Nello stesso tempo, l’eccesso di energia calorifica poteva avere intaccato anche lo scudo di Van Allen, l’involucro magnetico che circonda la terra e che la protegge dalle particelle ionizzate emesse dal sole. Quest’insieme di fattori doveva aver provocato un aumento di intensità nel campo gravitazionale della terra, con la conseguente cattura di corpi celesti che, penetrando attraverso le falle aperte nelle fasce di Van Allen, colpirono la terra con effetti catastrofici. Cataclismi di questo tipo (è stato confermato da geologi ed astronomi) sono una cosa avvenuta con buona certezza, nel passato del nostro pianeta. Riportiamo un fatto curioso. Tanto per non lasciare intatta nessuna via di indagine, si decise di far eseguire ad una sensitiva in stato di trance un esame psicoscopico su una pietra incisa, di cui ella non conosceva né la provenienza né la storia. Questo il risultato: "Vedo due individui. Un occhio vigile che guarda; un pungolo nella mano dell’altro. Com’è veloce il disegno! Quasi nemmeno pensato ed è già finito. è l’occhio di chi guarda, però, che sta guidando. La pietra mi dice: pazienza e osservazione. La vedo in mezzo ad altre. Non a caso i disegni sono ripetuti in tutta una serie. La soluzione è nella serie: non c’è il tre senza il due, non c’è il quattro senza il tre. Io vado dentro la terra … vado a segnare. Io segno, tu mi guardi. Tu con gli occhi mi dici quello che devo segnare e io segno quello che tu dici, perché tu sei che sai. Io non so. Io eseguo con la mano quello che tu mi dici con gli occhi, perché tu sai. Tu sai la vita: tu sai il prima e il dopo; tu sai dirmi come sarà, tu sai dirmi quello che è stato. Io solo segno. Altri ancora segnano: altri già prima hanno segnato”. Improvvisamente la sensitiva comincia ad agitarsi e a respirare affannosamente. “Acqua … vedo acqua. Acqua che bagna e liscia … acqua che lava … lava anche il ricordo! Lava tutto. Quanta acqua! Quanta acqua al passaggio di chi è stato! Basta! Non posso più tenere questa pietra! Non la voglio più! Toglietemela! … Ah, la mia testa! Che strano … la mia testa è una pietra nera come quella che avevo in mano …". Come detto all’inizio, molte delle pietre di Ica rappresentano anche operazioni chirurgiche. E le operazioni erano veramente di qualunque genere: trasfusioni, agopuntura con funzione anestetica, parti cesarei, rimozione di tumori, operazioni a cuore aperto (ricordiamo che siamo in anni antecedenti alle prime operazioni di Christian Barnard), a polmoni e reni, addirittura al cervello. Altre figure mostrano come i pazienti, prima di essere operati, fossero intubati e collegati a macchinari di alimentazione cardiaca; altre ancora mostrano strumenti chirurgici di estrema precisione; in altre ancora i corpi sono stati raffigurati in trasparenza, in modo che possano essere visibili gli organi interni, a testimonianza dell’avanzata conoscenza e a sottolineare che la struttura fisica degli individui era uguale alla nostra. Si tratta di raffigurazioni tali, è pleonastico dirlo, da far supporre un’estrema conoscenza medica da parte degli autori delle incisioni. Per far capire come questa conoscenza fosse stupefacente, faremo soltanto un paio di esempi. Come detto, molte incisioni rappresentano operazioni di trapianti d’organo. Una costante di ogni rappresentazione è la presenza, nella scena di una donna incinta: in ogni scena, la donna è collegata, tramite una sorta di cannula inserita nell’arteria radiale, sia al cuore rimosso dal donatore, sia al paziente ricevente. è evidente che la donna sta trasfondendo il proprio sangue sia al donatore che al ricevente. Riflettendo su questo punto Cabrera ipotizzò che nel sangue delle donne in gravidanza vi fosse una sostanza (un ormone, un enzima) capace di bloccare o limitare il problema principale dei trapianti, cioè il rigetto. Nel 1980 due medici, Ronald Finn e Charles St. Hill di Liverpool, condussero una serie di esperimenti legati alle intuizioni di Cabrera. Operarono trapianti di fegato, di reni e di cuore in animali trasfusi con plasma prelevato da femmine gravide e notarono un sensibile regresso dei fenomeni legati al rigetto. I due dottori non riuscirono ad identificare la sostanza che bloccava il rigetto, ma ipotizzarono che si trattasse di un ormone immunodepressori, cioè un ormone diverso dal progesterone (un ormone femminile fondamentale durante la gestazione e la gravidanza) conosciuto ed utilizzato già dal 1934 e non sempre rivelatosi efficace per prevenire l’aborto, che altro non è che un rigetto. Questo processo, come detto, ci è noto soltanto dal 1980; gli autori delle incisioni, invece, lo conoscevano già. Altro esempio: su una delle pietre è rappresentato, in tutte le sue fasi, un trapianto di cervello. Per noi si tratta di un’operazione impossibile da eseguirsi: al nostro livello di tecnologia, siamo in grado di mantenere le funzioni vitali cerebrali, ma non di unire il cervello trapiantato al bulbo rachideo, al midollo spinale, ai numerosi nervi presenti. Gli autori delle incisioni, però, pare fossero in grado di farlo. La conclusione di Cabrera fu che gli autori di quelle pietre avevano raggiunto una vasta e profonda conoscenza della scienza medica.
Le cinquanta pagine del V capitolo del suo libro sono dedicate alla spiegazione di come venivano eseguite operazioni chirurgiche molto complesse, soprattutto quelle di trapianto di vari organi. Quanto alle terapie mediche, unendo le conoscenze desunte dalle incisioni con quelle acquisite dalla moderna medicina occidentale, Cabrera ha proposto un nuovo ordinamento molecolare che ha descritto in una tesi dal titolo Teoria Biomicrofisica di Immunologia del Cancro, a cui ha collaborato il suo assistente, il dottor Luíz Cáhua Acuña. Per quello che riguarda la “flora e fauna”, su alcune pietre si possono osservare, oltre ai dinosauri, molte specie animali comparse molti anni dopo i grandi sauri e non tutti appartenenti alla fauna delle Americhe, quali struzzi, canguri, pinguini, cammelli e altri. Tra gli “altri”, vi è la rappresentazione di cammelli e lama con zampe di cinque dita. Esaminando le incisioni, Cabrera si ricordò che un archeologo peruviano, Julio C. Tello, aveva pubblicato uno studio sui queros (stoffe con figure intessute) di stile Tiahuanaco in cui erano rappresentati lama con cinque dita, come nei lama preistorici e a differenza di quelli attuali, che hanno zoccoli bipartiti. Alcuni studiosi avevano giudicato quei disegni come il prodotto della fantasia di artisti pre-colombiani che avevano voluto umanizzare i lama. Ma, a distanza di pochi anni, lo stesso Julio Tello aveva scoperto scheletri di lama con cinque dita. Questo ritrovamento, che avrebbe dovuto interessare archeologi e paleontologi, passò del tutto inosservato, così come era stata ignorata la scoperta di antropologi indiani, comunicata alla Accademia delle Scienze dell’U.R.S.S. nel 1973, di fossili umani estratti da rocce mesozoiche (fra i 230 e i 63 milioni di anni fa). Cabrera ebbe questa notizia dal dottor A. Zoubov, antropologo russo e membro dell’Accademia delle Scienze, in occasione di una sua visita per una serie di conferenze nei paesi latino americani. Parlando, invece, delle razze della Terra, su alcune pietre si possono distinguere esseri all’apparenza simili agli uomini, ma dotati di coda. Secondo un importante ricercatore, Charroux, che incontreremo anche in seguito, si tratterebbe di una civiltà a metà fra uomini e sauri. Un’ipotesi che trova conferma in molti racconti mitologici antichi, i quali narrano e riportano di “uomini simili a lucertole”. Viste più da vicino “le pietre dello scandalo”, torniamo ora a tracciarne per sommi capi la storia. In effetti, parlando delle pietre di Ica, si è soliti far cominciare la loro “storia” dallo studio condotto da Cabrera. Le cose, però, non stanno proprio così. Le pietre e le incisioni su di esse, infatti, erano conosciute dagli abitanti della zona dell’Ocucaje fin dal ‘500, come ci testimonia il cronista indio Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui: nella sua opera, Juan descrive le piedras manco, ossia “pietre di potere” con estrema precisione, scrivendo anche come, durante il regno del re inca Pachacutec, in base ad un’antica tradizione, esse facessero parte del corredo funerario dei nobili. Un altro riferimento compare anche nel Noticias Historiales, opera dello spagnolo Pedro Simon conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e risalente al 1626. In tempi più vicini ma sempre antecedenti a Cabrera, poi, furono Pablo e Carlos Soldi ad interessarsi alle pietre ed ai loro misteriosi disegni. Proprietari di grandi haciendas vicine a Ocucaje, incuriositi dai disegni, che giudicarono opera di fantasia di artisti sconosciuti, cominciarono a raccogliere quante più pietre possibile, tanto che nel giro di pochi anni collezionarono migliaia di pezzi. Altri seguirono il loro esempio e, tutti convinti di trovarsi di fronte a qualcosa di eccezionale, chiesero alle autorità di avviare delle indagini per scoprire il luogo del ritrovamento, luogo che gli huaqueros mantenevano ben segreto, e di iniziare uno studio scientifico delle pietre. Ma inspiegabilmente, fin dall’inizio, ci fu un atteggiamento ostile da parte degli organi competenti, che poi diede origine a due opposti gruppi in lotta accanita: quello dei sostenitori dell’autenticità delle pietre, e quello degli oppositori. Dopo i Soldi, venne Cabrera. Mentre il dottore organizzava la propria collezione presso la Casa della Cultura di Ica, Cabrera lesse un articolo di Santiago Agurto Calvo, rettore del Politecnico di Lima, e Alejandro Pezzia, archeologo peruviano, comparso sul supplemento scientifico del quotidiano di Lima El Commercio: nell’articolo, i due studiosi affermavano di aver trovato, nell’agosto di quell’anno, pietre simili a quelle di Cabrera in tombe databili ad un periodo antecedente a quello della civiltà Inca, tombe nelle quali le pietre erano probabilmente utilizzate come portafortuna o come rappresentazioni di divinità, come già indicato da Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui nella sua cronaca. La scoperta di Calvo e Pezzia fu ripetuta dallo stesso Calvo a Max Uhle Hugel, una zona archeologica protetta. Lì, in una tomba risalente al I secolo a.C., Calvo raccolse oltre cento pietre e le fece analizzare dall’Istituto di Mineralogia del Politecnico del Perù, ottenendo il primo risultato di un certo rilievo: le pietre, in base allo stato di ossidazione che ricopriva la superficie, erano databili ad almeno 12.000 anni prima. Una ulteriore conferma giunse dal vecchio collega di Calvo, Pezzia, il quale rinvenne, in un’altra tomba pre-incaica, una pietra incisa simile alle Pietre di Ica. L’articolo pubblicato da Calvo e Pezzia attirò presso Ica numerosi scienziati ed eminenti studiosi. Molti di loro, anche senza aver esaminato le pietre, sentenziarono che si trattava sicuramente di falsificazioni, e neanche troppo ben elaborate, preparate dallo stesso Cabrera. Il sostenitore principale di questa linea fu Roger Ravinez, archeologo e membro dell’Istituto Nazionale di Cultura del Perù, il quale ammise che solo le due pietre estratte dalle tombe da Calvo e Pezzia erano autentiche, mentre le altre, in tutto simili, erano soltanto falsi. Che non tutte e settantamila (tante si stima siano state vendute, fino al 1980, dai contadini di Ocucaje) siano certamente autentiche, è cosa sicuramente plausibile: dopo il clamore destato dal caso, il valore commerciale delle pietre era cresciuto vertiginosamente, dunque la loro vendita, per i contadini, era ottima fonte di ricchezza. Tra i più importanti “falsificatori” (in spagnolo campesinos, abili incisori pronti a vendere finti reperti archeologici per raggranellare qualche soldo con i turisti) di Ica, stando a quanto da loro stesso affermato, ci sono due contadini, Basilio Uchuya e Irma Gutierrez, che, in un’intervista rilasciata a A. Rossel Castro per una rivista archeologica peruviana nel 1977, si dichiararono autori delle incisioni. I soggetti, dichiaravano i due, arrivavano dalle fonti più varie (fumetti, illustrazioni, libri scolastici e giornali); a lavoro finito, bastava mettere le pietre nel pollaio e le galline provvedevano a depositarci sopra una patina d’antico. Un’ipotesi plausibile, ma impossibile per vari motivi. Tanto per cominciare, come detto prima, le pietre erano conosciute fin dal ‘500; in secondo luogo, per realizzare settantamila incisioni, i due contadini avrebbero dovuto lavorare giorno e notte per almeno trent’anni, ad un ritmo di una pietra al giorno! Se si considera poi la durezza relativa delle pietre, vicina a quella del diamante, il loro presunto lavoro di incisori va incontro ad una difficoltà maggiore. Considerando, ancora, le analisi geologiche ed il fatto che i due contadini erano praticamente analfabeti e, di fatto, sprovvisti di conoscenze scientifiche anche elementari (fondamentali per la realizzazione della maggior parte delle incisioni e certo non rinvenibili solamente dalle fonti da loro citate), le affermazioni di Uchuya e Gutierrez sono definitivamente smentite.
Non tutti, naturalmente, sostenevano la falsità delle pietre. Robert Charroux, per esempio, nel 1977 condusse un’indagine all’insaputa di Cabrera, andando a intervistare i due contadini presunti autori delle incisioni. Dopo essersi convinto che questi mentivano, nel suo libro L’Enigme des Andes, confermò l’eccezionalità della scoperta di Cabrera: “Accettando l’autenticità delle pietre la storia del mondo dovrebbe essere riscritta da capo, ma gli uomini di scienza non accetteranno mai di fare una simile rivoluzione”. Dalla parte di Cabrera, anche il ricercatore francese Francis Mazière, famoso per il pionieristico lavoro svolto sulla cultura polinesiana dell’isola di Pasqua: dopo un accurato lavoro di reperimento e studio, nel 1974 Mazière ha definito le pietre come “l’enigma archeologico più sconcertante del sud-America”, escludendo la possibilità di falsificazioni. Incurante della campagna denigratoria che gli veniva mossa da ogni parte, Cabrera trasformò il proprio studio medico in museo e continuò lo studio e la classificazione delle pietre. Come avevano fatto Calvo e Pezzia prima di lui, anche Cabrera richiese a due enti competenti, la Compagnia di Ingegneria Mineraria Mauricio Hochshild e l’Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Bonn, analisi sui suoi reperti; le analisi dell’Università di Bonn furono condotte dal dottor Eric Wolf, il quale fornì un risultato identico a quello della Compagnia di Ingegneria Mineraria Mauricio Hochshild e a quello di Calvo e Pezzia: le incisioni sulle pietre risalivano a 12.000 anni fa. Va detto, per inciso, che, recentemente, il ricercatore spagnolo, Vicente Paris, ha ottenuto una pietra dal professor Cabrera facendola analizzare a Barcellona da José Antonio Lamich del gruppo di ricerca Hipergea. Le analisi purtroppo hanno dato esito negativo, rilevando segni di carta abrasiva e lavorazione recente. Cabrera ha ammesso che parte della sua collezione viene dal campesino Basilio Uchuya, uno dei principali falsificatori delle pietre, dunque è possibile che la pietra analizzata da Paris sia un falso. Confortato da questo risultato, Cabrera continuò lo studio delle sue pietre. Analizzandole, abbiamo già visto quali furono le sue incredibili scoperte. Non abbiamo ancora parlato, però, della teoria di Cabrera circa gli uomini rappresentati nelle pietre, probabili autori delle incisioni. Per introdurre queste teoria, e per completare l’analisi degli studi di Cabrera, dovremo osservare ancora una volta le pietre da vicino.
Studiando sistematicamente un gruppo di circa 500 pietre, Cabrera si accorse che certi segni (spirali, triangoli, rombi, reticoli, foglie, frecce, linee) si ripetevano in posizioni diverse, a seconda delle diverse situazioni. Ne dedusse che si doveva trattare di una qualche forma di crittografia. Alla fine, con una buona dose di intuizione e di fortuna, riuscì a interpretare il significato di un buon numero di segni e arrivò a decodificare quella specie di linguaggio simbolico: la foglia era il simbolo della vita e indicava la trasformazione dell’energia solare in energia elettronica; le linee parallele erano il simbolo della vita vegetale, di un’energia organica e biologica di grado inferiore; le quadrettature oblique e le losanghe indicavano la vita animale; le linee verticali e orizzontali, la vita umana; le piramidi, complessi energetici di assorbimento, accumulo e distribuzione di energia. L’elemento di questo oscuro linguaggio fu individuato da Cabrera nella foglia. In molte pietre, gli individui impegnati in attività importanti portavano dei copricapo apparentemente formati da piume (ma un più attento esame rivelò trattarsi di foglie), mentre altri individui, nelle stesse scene, ne erano sprovvisti, quasi a suggerire la presenza di vari tipi con caratteristiche diverse. Cabrera contò più di cento posizioni in cui la foglia era collocata all’interno delle composizioni, evidentemente per suggerire differenti interpretazioni a seconda di come era accostata ai vari elementi. Cabrera si chiese se la costante presenza di foglie non indicasse una funzione particolare. In molte incisioni, i raggi di sole si insinuavano fra le foglie dei copricapo dei personaggi importanti e terminavano alla base delle loro teste, proprio nella zona della ghiandola pineale, o epifisi, presente alla base del cervello, in prossimità della nuca. Oggi sappiamo che l’epifisi è responsabile della produzione della melatonina, un ormone legato al sistema delle endorfine, che presiede ai ritmi del sonno e della veglia, e quindi all’alternanza energetica senza la quale un organismo non può reggere. Benché si trovi all’interno della scatola cranica, riceve la luce del sole attraverso un circuito nervoso che trasmette la luce dalla retina fino alla ghiandola. Più di venti anni fa, quando l’epifisi veniva ancora definita inutile, Javier Cabrera rilasciò queste dichiarazioni alla rivista Argentina El Insolito: "Si sa che le foglie si sviluppano per mezzo della fotosintesi e perché la fotosintesi avvenga è necessaria la luce del sole, fonte primaria di energia. Allo stesso modo la ghiandola pineale cattura l’energia solare cosmica e la trasforma in un altro tipo sconosciuto di energia, che io chiamo energia conoscitiva. Le foglie che compaiono sulle teste di alcuni individui sono una rappresentazione simbolica di un mezzo che permetteva loro di stimolare il cervello, per sviluppare le loro funzioni conoscitive, così come di convertire l’energia solare e cosmica in un tipo di energia conoscitiva. Sfruttando l’attività della loro ghiandola pineale, quegli esseri erano in grado di trasformare il corpo organico in corpo puramente energetico. Mi chiedo se la nostra umanità sarebbe in grado di gestire una simile fonte di energia. Guardando a quanto accade oggi con il nucleare, direi di no." Un altro dettaglio a conferma del ruolo che l’epifisi doveva avere nel fornire non solo energia conoscitiva ma anche organica appare nelle medesime incisioni con gli individui trafitti dai raggi di sole. Le teste, disegnate di profilo, hanno una bocca piccolissima, chiusa dietro da una specie di graffa, chiara allusione al fatto che quegli esseri non si alimentavano per via orale. Stupefatto dall’enorme sapere di quegli strani esseri, come testimoniato dalla varietà di conoscenze rappresentate sulle pietre, Cabrera decise di chiamare quegli antichi esseri “Antenati Superiori” e definì la loro civiltà “Glittolitica”.
E riguardo il loro aspetto inconsueto (corpi piccoli e tondi da bimbi e teste grandi con profili adunchi da vecchi): "Per quanto riguarda le figure umane rappresentate nelle incisioni, anche se è probabile che non vi sia una estrema fedeltà ai modelli, dato che si tratta di disegni simbolici, penso tuttavia che per certi aspetti non fossero diversi da come appaiono. è evidente la sproporzione fra la testa, il corpo e gli arti. La testa è voluminosa, e ancor più il ventre; gli arti superiori sono lunghi, le mani hanno dita sottili e il pollice non è in posizione opposta. Gli arti inferiori sono robusti e corti. Dato che la finalità dell’umanità glittolitica era l’aumento delle qualità intellettive per incrementare e conservare le conoscenze acquisite, la conformazioni fisica degli individui dovette adattarsi al costante esercizio delle funzioni conoscitive. Pertanto il cervello doveva avere dimensioni notevoli; le braccia potevano non essere robuste e le mani, non dovendo assolvere a funzioni meccaniche, non avevano bisogno di un pollice in posizione opposta. Le gambe corte e forti e il ventre pesante, spostato in basso, bilanciavano il peso della testa, sproporzionatamente grossa." I vari individui appartenenti a un diverso livello evolutivo, che Cabrera identificò in cinque tipi differenti, sono riconoscibili da certi segni caratteristici che rivelano le loro diverse capacità e attitudini. Ma da dove arrivavano le conoscenze di questa antica civiltà? Per rispondere a questa domanda, che si ricollega ai cinque gruppi evolutivi di cui appena più sopra, osserviamo ancora le pietre. In una incisione appare, in forma simbolica, il processo di trasmissione di codici di conoscenza fra esseri di diversa struttura ed evoluzione. Su un lato della pietra, si può osservare il disegno di un individuo dal copricapo di foglie (perciò un essere superiore), mentre, sull’altro lato, si nota un essere dall’aspetto quasi animalesco. Una delle foglie che coronano la testa dell’essere superiore si allunga fino a inserirsi nella testa dell’altro individuo: ricordando che la foglia è il simbolo della carica energetica e dell’evoluzione intellettiva, è evidente, in questa incisione, l’allusione alla possibilità di trasmettere informazioni da soggetto a soggetto. Le incisioni suggerirebbero, insomma, che l’evoluzione umana non sarebbe stata un processo naturale e spontaneo, ma sarebbe stata programmata e diretta da individui appartenenti a una civiltà più avanzata su soggetti biologicamente e intellettualmente inferiori. Secondo Cabrera, gli autori delle incisioni sarebbero stati proprio gli individui che, una volta ricevuti i codici di conoscenza, furono in grado di tramandare quanto era stato loro trasmesso. Visti tutti questi fatti, cerchiamo di tirare le somme di quanto detto finora. Secondo Cabrera, in base a quanto riportato dalle pietre, almeno 12.000 anni fa (ma forse anche 65 milioni di anni fa) sulla Terra sarebbe esistita una razza, la razza Glittolitica, in possesso di conoscenze scientifiche al di là di ogni nostra immaginazione. L’origine di questa razza rimane, naturalmente, avvolta nell’oscurità. Per Cabrera potrebbe trattarsi di una razza di origine extraterrestre, insediatasi in Perù ed entrata in contatto con i primi ominidi, i quali sarebbero stati oggetto di esperimenti per un’evoluzione guidata del genere umano. Questa teoria conferma quella espressa nel volume Perù, incidents of travel and explorations in the lands of Incas, pubblicato a New York nel 1887. L’autore, Ephraim George Squier, un archeologo nord americano, dopo aver studiato minuziosamente le civiltà dell’antico Perù, si era convinto che nella storia peruviana erano esistite due distinte epoche culturali: una situata in un tempo molto lontano, detentrice di una conoscenza scientifica molto avanzata, e l’altra, quella degli Incas, di un livello culturale molto più basso.
Squier pensava che fra queste due culture doveva essere intercorso un tempo difficile da precisare, ma enorme. Era anche convinto che le gigantesche costruzioni sparse nel territorio peruviano erano la testimonianza di una tecnologia avanzatissima, patrimonio di una umanità sconosciuta. Trovandosi nelle vicinanze di un’immane catastrofe planetaria (forse quella che ha causato l’estinzione dei dinosauri, causata da un evento naturale o da un uso sbagliato della propria tecnologia), questa civiltà, consapevole della propria fine, avrebbe affidato a delle pietre la memoria della propria esistenza, della propria cultura e della propria sapienza ed un monito a non commettere gli stessi errori. Scomparsi i glittolitici (estintisi o, più probabilmente, ripartiti verso il proprio mondo di origine, che Cabrera individua nelle Pleiadi, [coincidenza: in Perù, il giorno di San Giovanni si festeggia l’Inti Raimi, il dio Sole: ricordando il momento in cui la Terra si trovava perfettamente allineata con il Sole e le Pleiadi]), la Terra sarebbe ripiombata nella preistoria, facendo diventare ciò che era realtà un mito, un racconto di fantascienza, un’assurda fantasticheria. E siamo alla conclusione della storia. Anche perché il suo più importante personaggio, il dottor Cabrera, è scomparso di recente e, con lui, è venuto scemando anche l’interesse per le pietre di Ica. Quale sia la verità, probabilmente non lo sapremo mai. Però, osservando quelle pietre, non si può non pensare che il passato, a volte, potrebbe dover ancora venire.

Il foro enigmatico. Mentre stavano lavorando alcuni operai dell'azienda KA Aurstad a Volda, in Norvegia, sotto 4 metri hanno trovato un buco molto particolare, sicuramente non naturale. Il foro si presenta come un asterisco e prosegue in profondità nella roccia, la cosa particolare è che passa attraverso roccia e sembra mantenere sempre la stessa forma. Il buco è di 6 cm di diametro. Vari professionisti e unità di foratura montana sono stati interpretati per capire l'origine del buco, ma nessuno di loro ha mai visto ne capisce che origine possa avere.

I tubi di Saint-Jean de Livet. Y. Druet e H. Salfati hanno annunciato nel 1968 la scoperta di tubi metallici semi-ovoidali dalla stessa forma ma diverse dimensioni. La particolarità è che la cava di gesso a Saint-Jean de Livet, facente parte del dipartimento di Calvados in Bassa Normandia, Francia, è stimata essere almeno di 65 milioni di anni essendo del Cretaceo. Dopo aver esaminato le varie ipotesi, Druet e Salfati hanno concluso che fosse possibile che esseri intelligenti che abbiano vissuto 65 milioni di anni fa sulla terra.

Gli scheletri della Guadalupa sono resti umani ritrovati in quest' isola delle Indie Occidentali, la loro particolarità è che sono stati trovati lungo una formazione di calcare che secondo la datazione geologica moderna, è di 28 milioni di anni cioè è uno strato del Miocene, molti millenni prima di quando l'uomo moderno apparve sulla terra. Questo ha fatto si che molti studiosi non accettino la datazione di questi scheletri sebbene il dibattito sia ancora aperto. Gli scheletri sono attualmente alloggiati nelle collezioni del British Museum of Natural

La conchiglia di Red Crag scoperta a Ipswich e la Sling Stone entrambe nella zona di Suffolk Uk, se fossero autenticate, farebbero senza dubbio cambiare la storia come ora la conosciamo, infatti in termini convenzionali per i paleontologici, non si incontrano le opere d'arte, fino al Cro-Magnon uomo nel tardo Pleistocene, circa 30.000 anni fa, ma nel 1881, H. Slopes, della F.G.S. (Fellow of the Geological Society), rinvenne una conchiglia, sulla cui superficie è intagliato un schematico seppur inequivocabile volto umano, in uno strato del Tardo Pliocene, datato tra 2 e 2,5 milioni a.c.

Il mistero di Yarru. Un missionario di Far North, Australia, anni orsono ha appreso una storia dagli anziani di una tribù aborigena, i Kuku Yalanj, che descrive una creatura chiamata Yarru (o Yarrba). La tribù abita nella foresta pluviale, vicino ad un lago e al mare. La storia narra come lo Yarru abbia divorato una giovane fanciulla e per questo sia stato ucciso dalla tribù. Quando è stato chiesto ad un aborigeno della tribù di dipingere la storia. L'artista fece il tribale, con le descrizioni tramandate negli antichi racconti.

Sfera di gesso scoperta vicino Laon in Francia. Maximilien Melleville Vice Presidente della Société de Academique di Laon, autore del Dizionario storico Du Département de l'Aisne (1857) scopri a Laon in Francia nel 1862 una palla di gesso in uno strato di lignite dell’Eocene datato 45-55 milioni di anni. La scoperta all’epoca desto subito molto stupore, sostenuta dall’ autorevolezza di Melleville fu discussa animatamente accendendo, forse fra i primi, la diatriba sulla tesi Darwiniana, ricordiamo che “Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale.

Un'antichissima impronta di almeno 5 milioni di anni fa è stata trovata in Bolivia. I famosi ricercatori Freddy Arce e Jorge Miranda hanno dato un annuncio che potrebbe sconvolgere tutte le teorie sull'evoluzione umana. La loro equipe infatti ha scoperto una impronta umana nei pressi del lago Titicaca, databile tra i 5 ei 15 milioni di anni. Questo ritrovamento pone l'uomo nel continente americano milioni di anni prima della data stabilita in precedenza e anche prima della esistenza dell'Australopithecus, che ha vissuto in Africa circa 4 milioni di anni fa.

Nel 1889 a Nampa nell'Idaho, durante i lavori di scavo di un pozzo, a 90 metri di profondità, venne trovata una statuetta di creta, raffigurante una piccola figura umana di forma femminile, questa appartiene all'età plio-pleistocenica circa 2 milioni di anni fa, è alta circa 4 centimetri, con una notevole perfezione e vivido realismo riscontrabile nelle parti complete. Lo strato in cui era sigillato era di basalto. Altre sfere dell'argilla sono state trovate alla stessa profondità avevano un sbiadimento dell'ossido di ferro molto simile al reperto....gli archeologi americani ai tempi della scoperta hanno ritenuto che vi fossero somiglianze fra questa figurina e quelle trovate Europa dell'era paleolitica superiore. Chi ha potuto costruirla se non l'homo sapiens-sapiens?.. è la domanda più scabrosa, perchè questi non esisteva a quell'epoca, secondo la scienza ufficiale.

G.F. Wright scrive, " L'immagine è circa un pollice e mezzo; è notevole la perfezione con cui viene rappresentata la forma umana… forse una figura femminile ,ha i lineamenti sono state rifiniti in modo eccelso. il professor F.W. Putnam, ha invece immediatamente diretto l'attenzione al carattere delle incrostazioni di ferro sulla superficie per verificare la considerevole età del reperto. Notando che vi erano zonedi minio anidro di ferro su di esso, provando che l'oggetto èautentico".

La genuinità della scoperta non è mai sta messa in dubbio ed è probabile che il reperto sia veramente antico tuttavia,alcuni studiosi hanno ipotizzato che il reperto potrebbe trovarsi a tale profondità per un fattore del tutto casuale sia naturale, un assestamento avvenuto in epoca remota o sia artificiale infatti potrebbe essere stato spinto inavvertitamente  dalla trivella per scavare il pozzo, non ha caso vi è altro "materiale" disceso velocemente attraverso il primo deposito al luogo del ritrovamento. Ma essendo solo un ipotesi tutt'altro che provata, non resta che sperare di trovare un altro un singolo manufatto di fabbricazione umana nel Nord o nel Sudamerica che abbia la medesima età della figurina di Nampa per poter confutare questa incredibile scoperta.

 

Zaraysk Stone Age Sculptures . Il sito di Zaraysk, a 150 chilometri a sud/est della capitale Mosca nelle vicinanze delle regioni di Kostenki e Avdeevo, ha dato alla luce numerosi manufatti: figurine, incisioni su zanne di Mammuth e un oggetto a forma di cono la cui funzione, affermano gli autori della scoperta sul giornale Antiquity, “rimane un puzzle”. Il Paleolitico Superiore è l’ultima fase della Vecchia Età della Pietra, durante il quale l’uomo segnò il passaggio dal classico strumento decisionale a quello per ornamento e per l’arte.

Il bisonte scolpito sull’avorio di Mammuth è stato trovato a Zaraysk nel 2002. I nuovi reperti, scoperti da Hizri Amirkhanov e Sergey Lev della Russian Academy of Sciences, includono una costola di mammuth con su incisi ciò che sembrano tre mammuth, un piccolo osso con una incisione a croce e due figure umane che si presume essere di sesso femminile. “I resti arricchiscono l’inventario artistico del Paleolitico Superiore ed ampliano la conosciuta distribuzione di specifici oggetti d’arte dell’Oriente Europeo delo stesso periodo”, ha detto il dottor Lev alla BBC.
“In termini di splendore e varietà i reperti d’arte di Zaraysk sono alla pari di siti famosi come Kostenki e Avdeevo”.

Le figurine sono del tipo statuette di “Venere”, esempi che sono stati trovati in luoghi che vanno dalle montagne della Spagna all’Estremo Oriente, come anche in Siberia. Tuttavia, il loro significato culturale resta un punto di discussione tra gli antropologi. A Zaraysk, le due figure sono state trovate sepolte in pozzi di stoccaggio. All’interno è stato rinvenuto un deposito di sabbia e successivamente è stato rinvenuto un deposito di ocra rossa. Ciascuna di questa statuine è stata ricoperta da una lama-spalla di un mammuth. Una si presume essere completata ed è alta circa 17 centimetri, l’altra è chiaramente incompiuta ed è grande la metà. Un frammento d’osso mostra un motivo di decorazione a “croce obliqua”. Tuttavia, esempi di queste statuine sono state rinvenute a sud/ovest del sito di Avdeevo, suggerendo legami culturali tra i due. “La collezione d’arte è spettacolare non solo dal punto di vista di tutte le rappresentazioni della gamma umanistica ed animale, ma anche per la gamma di materiali che vennero utilizzati”, spiega Jeffrey Brantingham, un antropologo dell’Università della California, Los Angeles (UCLA). “Questi sono davvero reperti incredibilmente rari e che offrono una vista unica della vita umana del Paleolitico Superiore”. Ugualmente è stato ritrovato un oggetto che è stato scolpito in avorio di mammuth, a forma di cono con la cima rimossa. Il cono è molto decorato e ha un buco attraverso il suo centro. Gli autori fanno notare che l’oggetto è unico tra i manufatti del Paleolitico. “La funzione di questo oggetto decorato rimane un puzzle”, affermano.


Articolo completo (in inglese) su  news.bbc.co.uk 
 

 

Le orme di Laetoli. Laetoli si trova a circa 45 km a sud di Olduvai (Tanzania). Vicino a Laetoli si trova il Sadiman, un vulcano oggi spento, ma attorno ai 4 milioni di anni fa attivo. In un'eruzione emise una nube di cenere composta di carbonatite, che si depositò nel territorio circostante con uno strato di circa 1,5 cm. Seguì a quello sbuffo di cenere un momento di pioggia che impregnò la cenere. Lo strato formatosi cominciò a ricevere e trattenere orme. Poi subentrò il sole e lo strato con le impronte si solidificò.

 

Moia' è un comune di circa 5.000 abitanti, situato a circa 40 km a nord di Barcellona (Catalogna-Spagna). In prossimità di Moia' si trova Cova del Toll, una cavità naturale sotterranea, coperta da un corso d'acqua che è stato usato come un insediamento umano dalla fine del Paleolitico al Bronzo. Queste grotte note come Toixoneres sono servite da rifugio e camere di sepoltura. Gli scavi cominciarono negli anni Cinquanta (l'ingresso principale è stato scoperto il 29-10-1954) la prova della presenza di una ricca fauna in questo luogo.

 

Cranio di Broken Hill. Uno dei casi più famosi crani ritrovati con dei misteriosi fori noto come Rhodesian Man, si tratta di un cranio di ominide ritrovato a Broken Hill, a nord dello Zambia, ex Rhodesia. La scoperta ha avuto luogo nel 1921, quando i lavoratori di una miniera di zinco si apprestavano a trivellare una zona posta su una collina in Broken Hill. La scoperta ha avuto luogo nel 1921, quando i lavoratori di una miniera di zinco si apprestavano a trivellare una zona posta su una collina in Broken Hill (l'attuale nome della città che è Kabwe.

 

Petradox o Enigmalito. L'OOPArt più recentemente di cui si ha notizia, è il cosiddetto "Petradox" o "Enigmalito". Lo spettacolo della scoperta risiede principalmente in uno strano oggetto che sembra incorporato nella roccia, molto simile a una piccola spina elettrica a tre piedi. La roccia che supporta questo pezzo di granito è poroso, con una certa quantità di quarzo e di mica (precisamente è un fillosilicato che si trova, nelle sue varianti, in diverse rocce magmatiche e metamorfiche, tra cui graniti e micascisti).

L' Uomo di Calico. Nel sito di Calico, deserto del Mojave in California, sulle rive del lago oramai scomparso di Manix, (risalente al Pleistocene), il Dott. Louis Leakey (illustre studioso che scoprì i giacimenti di Olduvai in Africa) condusse degli scavi che si protrassero per ben diciotto anni sotto la direzione di Ruth D. Simpson. Vennero recuperati più di undicimila manufatti litici in diversi livelli, il più antico datato ad un’età di circa 200 mila anni fa (secondo il metodo di datazione dell’uranio). Il Leakey, allora all’inizio della sua carriera.

 

La lente egizia di 4800 anni fa. Un manufatto di cristallo di rocca rinvenuto a Heluan in Egitto nella tomba del faraone Semempses è interpretato come una lente di cristallo molata e si può osservare al British Museum.Essa è una lente di cristallo, di perfezione assoluta. da una spedizione russa e risalente all'epoca del Certamente un oggetto del genere era perfetto per scrutare il cielo. Ma questo più che offrire risposte, pone altre domande. La produzione di lenti ottiche, quelle per microscopi e telescopi, per intenderci, è una vera e propria sfida tecnologica.

Chi cacciava i bisonti nella preistoria? Le prime notizie che si sono avute su questo caso risale alla metà degli anni Settanta, attraverso l’opera di Erich von Däniken "Il messaggio degli Dei", nel fare riferimento ai resti di un bisonte che l'autore aveva osservato in un museo a Mosca nel 1968. Infatti, presso il Museo di Paleontologia di Mosca (allegato al Paleontologico Istituto di Accademia Russa delle Scienze 117868 - Mosca, Profsoyuznaya st., 123) vi è lo scheletro di un bisonte che nel suo cranio ha un foro perfettamente rotondo che sembra essere causato dall'impatto di un proiettile lanciato ad alta velocità.

 

L’ Uomo di Malachite, 10 scheletri di Homo Sapiens perfettamente conservati sono stati rinvenuti nel Dakota Sandstone,in un area di circa 400 metri a circa 20 metri di profondità. La formazione rocciosa appartiene al Cretaceo, approssimativamente circa 140 milioni di anni, fa parte della stessa formazione del Dinosaur National Monument.Quattro dei dieci individui sono di sesso femminile, uno è un bambino. Il primo scheletro fu scoperto nel 1971, la particolarità oltre la datazione che conferma la presenza umana in periodi antecedenti le datazioni storiche e che le ossa sono parzialmente ricoperte di Malachite da cui il nome Uomo di Malachite.

Mortaio e Pestello di Tuolumne. Nel 1877 il soprintendente JH Neale della Montezuma Tunnel Company,ha rinvenuto in uno strato di ghiaia situato al di sotto di un solido strato di lava a circa 425/457 metri di profondità, prima una ciotola di di 3.4 pollici di diametro e in una successiva esplorazione un mortaio con pestello. Alcuni anni prima nel 1857 era stato ritrovato nelle vicinanze un frammento di cranio umano, si ha notizia che qualche hanno prima sono stati rinvenuti anche uno scheletro umano completo con materiale simile.
Lo strato di ghiaia ha una datazione compresa fra i 33 e i 55 milioni di anni, allo stato attuale tutti gli oggetti hanno dei punti in comune attribuibili al Miocene.

La tazza in ferro di Wilburton rinvenuta nel 1912 in una miniera di Wilburton, nell'Oklahoma, da parte di Frank J.Kenwood in un blocco di carbone. Il Dipartimento geologico dell'Oklahoma dichiarò che il carbone era antico di 312 milioni di anni. Dichiarazione giurata di Frank J. Kennar in data 27 Novembre 1948 a Jullia L. Eldred N.P. My commission expires May 21, 1951 - Benton Co: “Mentre stavo lavorando nel Municipal Electric Plant in Thomas, Okla in1912,venne alla luce un pezzo di solido carbone che era troppo grandeper l’uso. Lo ruppi con un martello da fabbro.

Questa ciotola di ferro ,cadde dal centro, lasciando il calco,o la matrice della stessa nel pezzo di carbone. Jim Stull ( un dipendente della compagnia) era presente alla rottura del pezzo di carbone, e vide la ciotola uscire da esso .Rintracciai l’origine del carbone, e trovai che esso veniva dalle WILBURTON, OKLAHOMA Mines”

La Skystone. Il geologo e archeologo Angelo Pitone ne 1990 ha rinvenuto in Sierra Leone un particolare tipo di pietra azzurra, chiamata Skystone, pietra azzurra che egli ha poi portato ad analizzare presso diversi laboratori nel mondo. Gli esami effettuati ai laboratori dell’università di Ginevra, della Sapienza di Roma, di Utrecht, di Tokyo e di Freiberg affermano tutti la stessa cosa, cioè che la pietra azzurra ”non esiste” perché non è neanche simile a qualsiasi tipo di roccia conosciuta in natura. Di conseguenza deve trattarsi di una pietra artificiale. Poiché tale pietra è di colore azzurro con sottili venature bianche, essa è stata chiamata "Skystone", cioè pietra del cielo.
La sua composizione è risultata essere oltre il 77% di ossigeno, e il rimanente per la gran parte essere carbonio, silicio, calcio, sodio. La composizione della Skystone la rende simile a quella di una specie di cemento o di stucco, e sembra che sia stata colorata artificialmente.
Gli indigeni del luogo della scoperta già conoscevano tale pietra, poiché a volta essa saltava fuori quando scavavano buche nel terreno. E a volte tale pietra circolava anche fuori dalla Sierra Leone, dato che la stessa pietra fu rinvenuta anni prima in un mercato del Marocco, fu chiamata “Kryptonite” e fu analizzata a Londra ottenendo gli stessi risultati, finendo però per essere dimenticata come avviene per tutti i reperti archeologici che non trovano spiegazione.
Un ulteriore mistero è che questa pietra risulta trovarsi sempre in strati del terreno risalenti ad almeno circa dodicimila anni fa, cosa abbastanza strana visto che la Skystone è certamente stata prodotta da una civiltà molto evoluta ma ufficialmente non esistevano civiltà evolute in quelle epoche.

 

Ad Angkor nel tempio di Ta Prohm in Cambogia, un bassorilievo mostra uno Stegosauro. Costruito nello stile Bayon nel tardo dodicesimo e agli inizi del tredicesimo secolo il tempio di Ankgor Wat fu realizzato dall' impero Khmer. È situato approssimativamente ad un chilometro ad est di Angkor Thom, sul bordo meridionale del Baray orientale vicino a Tonle Bati, fu costruito dal re Jayavarman VII come monastero buddista Mahayana e come università. Diversamente dalla maggior parte dei templi di Angkor, Ta Prohm è rimasto nelle stesse condizioni in cui è stato trovato.

  

Nell'antica lingua egizia, la parola Zed tradotta Djed indica la stabilità: la radice ḍdi significa "essere stabile" o "durare". Il geroglifico che lo rappresenta ricorda un pilastro. Associato al culto di Osiride la sua origine sembra tuttavia anteriore all'apparizione di Osiride nella valle del Nilo Il pilastro-Djed è associato al dio Osiride: nel caso in cui si identifichi come un tronco, questo richiamerebbe il mito del dio ucciso dal fratello Seth e, dopo varie traversie, rinchiuso in un albero.

Nell'ipotesi più nota, viene identificato con la colonna vertebrale di Osiride stesso. In ogni caso, il pilastro-Djed appartiene ai più antichi simboli divini, divenuto potente amuleto magico: ne è stato trovato un esemplare in avorio in una tomba dell'età arcaica, presso Il Cairo.Grande importanza aveva la cerimonia dell'erezione del Djed, durante la quale il re alzava un pilastro, per rafforzare la colonna vertebrale del suo regno. A partire dal Medio Regno lo Djed viene rappresentato all'interno dei sarcofagi proprio in prossimità della spina dorsale del defunto. Spesso viene raffigurato in forma antropomorfa, munito di braccia, corona, scettro e flagello. Viene anche affiancato al nodo isiaco o Tiet , il cui significato è ancora oscuro.

La sua origine è tuttavia anteriore all'apparizione di Osiride nella valle del Nilo. Nel neolitico era un feticcio legato al potere del grano, al centro di culti volti a celebrare la fertilità di questa pianta fondamentale. L'assimilazione Zed-Osiride si attuò in modo del tutto naturale in epoca storica poiché anche Osiride è una divinità del grano. Le interpretazioni della forma del simbolo sono molteplici.

C'è chi vede nello Zed un bastone con delle tacche, compagno ecclesiastico dell'epoca; chi lo vuole albero privato dei rami, legato al culto delle conifere; oppure scettro del capo clan; ma una lettura più convincente fa di questo simbolo una colonna vertebrale che termina con quattro vertebre: l'idea del sostegno si fonda sull'etimologia di zed che deriva dal verbo "essere stabile". L'asse verticale del pilastro simboleggia l'energia che circola liberamente, mentre i quattro piani orizzontali, in relazione con i punti cardinali, fissano tale energia. Adagiato a terra lo Zed rappresenta la morte, quando si erige è simbolo di resurrezione.
Esso quindi assume il significato della vittoria di Osiride su Seth, della vita sulla morte, dell'ordine sul caos.
La presenza dello Zed nelle tombe scacciava tutti i nemici di Osiride e garantiva al defunto una vita beata nel regno dei morti, ritrovando l'uso della colonna vertebrale. All'interno della piramide di Cheope un gigantesco Zed formato da lastre di pietra sovrapposte, conferisce immortalità al Faraone permettendo il suo ingresso nel mondo nell'aldilà degli Egiziani.

Recenti scavi e ritrovamenti sembrano dimostrare che all'interno della Grande Piramide di Cheope si trovino delle stanze segrete, custodi dell'esistenza di un'antichissima, perduta civiltà. Ma le autorità del Cairo mettono a tacere ogni cosa.
Nel marzo del 1993 un robot meccanizzato di fabbricazione tedesca, l'Upuaut II ('colui che apre la via', in egiziano antico) scopriva, al termine di un lungo cunicolo sotterraneo all'interno della piramide
di Cheope in Egitto, una piccola porta di marmo o calcare, con fissate sopra due maniglie di rame. In quel momento la spedizione archeologica tedesca guidata dall'ingegnere di robotica Rudolf Gantenbrink di Monaco esultò. Era stata scoperta una stanza segreta all'interno della Grande Piramide. Chissà quali misteri erano celati dietro quella porta. Si trattava di una scoperta eccezionale!
Ma ecco che, improvvisamente, le autorità egiziane revocavano agli occidentali il permesso di proseguire gli scavi, espellendoli dal Paese. "Le piramidi sono patrimonio dell'Egitto e non dell'Occidente", pare abbia dichiarato il Direttore Generale degli scavi archeologici di Giza, il dottor Zahi Hawass del Cairo, che da allora ha negato a tutti gli occidentali il permesso di scavare o di effettuare rilevamenti nelle piramidi.
"Non c'è nulla dietro la porta trovata dal robot di Gantenbrink", ha detto Hawass alla stampa. Pure, durante un viaggio in America alla ricerca di fondi, Zahi Hawass si lasciò scappare in via confidenziale: "Il ritrovamento di quella porta è la più importante scoperta della storia dell'Egitto. Abbiamo trovato dei manufatti che costringeranno l'Occidente a riscrivere la storia passata..."
Da allora più nulla si è saputo della misteriosa 'camera segreta' all'interno della Grande Piramide, che la tradizione vuole tomba del faraone Cheope (2625 a.C.). Ma si sa per certo che da quel momento l'Egitto ha vietato l'accesso a tutte le spedizioni occidentali, proibendo addirittura di filmare o fotografare nei pressi del sito, a Giza.
Ma quale sarebbe il grande segreto custodito all'interno della Grande Piramide? Forse il ritrovamento di manufatti anteriori all'origine ufficiale dell'uomo, risalenti all'epoca del mitico continente di Atlantide. Una scoperta del genere retrodaterebbe la storia dell'umanità così come noi la conosciamo, e ovviamente priverebbe l'orgoglioso Egitto del primato di 'culla della civiltà'.

TRE SCIENZIATI POCO ORTODOSSI

Di quest'idea è un team di archeologi dilettanti inglesi, particolarmente colpito dai divieti di Zahi Hawass, e scacciati dall'Egitto come indesiderabili. Costoro sono gli studiosi Robert Bauval, John West e Graham Hancock, moderni eredi di Indiana Jones, archeologi eretici e non ortodossi convinti che la culla dell'umanità non fosse affatto il Medioriente, ma l'Atlantide. Bauvall e soci sono sponsorizzati da un'associazione New Age americana legata al culto del celebre veggente Edgar Cayce (1877-1945), un profeta guaritore del Kentucky che si diceva in grado, in trance, di viaggiare a ritroso nel tempo, per scrutare la storia passata dell'umanità.
Cayce aveva profetizzato, per il 1998, la scoperta di una camera segreta all'interno della piramide di Cheope, contenente una stanza segreta dei costruttori di Atlantide. E chi si dice assolutamente convinto di quest'idea è proprio Bauval, autore del volume 'Il mistero di Orione' (Mondadori, 1997), in cui si afferma, in maniera molto seria e scientifica, che il sito di Giza sia stato edificato nel 10.500 a.C. dagli Atlantidei, orientando astronomicamente le tre piramidi in direzione della costellazione di Orione. Sempre secondo Bauvall, al di sotto della Sfinge si troverebbe un'antichissima Sala delle Documentazioni di Atlantide, contenente tutta la saggezza perduta dell'immaginario continente; altrettanto curioso è l'archeologo Graham Hancock, che dopo aver visto il film di Indiana Jones è corso alla ricerca dell'arca dell'alleanza di Mosè, la cassa contenente le Tavole della Legge del popolo ebraico, scoprendola in un monastero ad Axum in Etiopia; Hancock è convinto che Il Santo Graal, il calice dell'Ultima Cena in cui bevve Cristo e alla cui ricerca si misero, nel Medioevo, i cavalieri di re Artù, altro non fosse che l'arca di Mosè. Non meno bizzarro è John West che, nel 1993, si è recato con una spedizione in Egitto ed ha analizzato la Sfinge. Risultato: essa presenta segni di un'erosione fluviale vecchia di almeno 10.000 anni. Quindi, non può essere stata edificata 4500 anni fa dagli egiziani, ma da una civiltà assai più antica. Gli Atlantidei.
Queste scoperte, che se confermate toglierebbero all'Egitto qualunque paternità sul sito di Giza, non sono piaciute a Zahi Hawass, che ha prontamente espulso i tre Indiana Jones britannici.
LA PIRAMIDE SECONDO PINCHERLE
In realtà idee del genere non sono una novità, in quanto il primo a formularle in maniera seria e documentata fu un italiano (ma si sa, all'estero i nostri studi vengono costantemente ignorati).
Il bolognese Mario Pincherle, ingegnere con il pallino dell'archeologia, già negli anni Settanta si era detto convinto che la Grande Piramide fosse in stretta relazione con la civiltà l'atlantidea e che nascondesse un grande potere, quello dello zed. Lo zed era un'antichissima torre di granito, costruita da una civiltà perduta e sacra al dio egizio Osiride, capace di captare ed amplificare le energie benefiche dell'universo, ritrasmettendole su tutto il globo. "Un tempo", sostiene Pincherle, "lo zed si trovava sulla cima della piramide a gradoni di Zoser; in seguito al progressivo imbarbarimento dell'umanità, dovuto al diluvio universale ovvero alla fine di Atlantide, esso è stato nascosto ed occultato all'interno della piramide di Cheope, murato in un'intercapedine nascosta. Ciò si ricava dal fatto che la Grande Piramide è costruita con massi piccoli, alla base, e pietre più grandi, in cima, e infine edificata due volte, come a nascondere qualche cosa. La parte interna, come ho potuto notare durante una mia spedizione archeologica, è in ricco granito levigato, in onore del prezioso reperto che custodisce. All'esterno, invece, quasi a scoraggiare ladri e predatori di tombe, essa è molto misera, è in scadente pietra calcarea di fattura poco pregevole. Sappiamo che la Grande Piramide non fu mai una tomba, difatti il corpo del faraone Cheope non vi venne mai né sepolto, né trovato. Dunque, doveva servire a qualcos'altro. Probabilmente a coprire e nascondere lo zed, che un tempo si trovava in cima ad un'altra grande piramide, quella a gradoni di Zoser, molto più antica di quella di Giza. La torre zed è più antica della Grande Piramide ed è antidiluviana, e quindi atlantidea".

PROVE NASCOSTE

Questa convinzione Pincherle l'ha maturata scoprendo e decifrando un antichissimo testo etiopico, il 'Libro di Enoch', in cui si narra la storia di un patriarca ebraico antidiluviano che, giunto in Egitto, "vide un'alta e grande torre di granito duro". "Lo zed dunque esisteva", ribadisce Pincherle, "e ce lo conferma un testimone oculare. E quando ho esplorato la Grande Piramide ho scoperto, al suo interno, degli sfiatatoi nascosti, dei condotti di ventilazione che evidentemente conducono ad una camera segreta, la 'stanza di Osiride' da cui si accede allo zed".

Anche il giornalista scientifico inglese Colin Wilson condivide il fatto che la Grande Piramide non possa essere frutto della civiltà egizia, all'epoca tecnologicamente arretrata. "Come han potuto gli schiavi egizi", dichiara Wilson, "sollevare con semplici corde e bastoni blocchi di pietra di sei tonnellate? E come potevano portarli in cima alla Grande Piramide, lungo gradini che a volte non eran più grandi di 15 centimetri? Per spostare poi oltre due milioni e mezzo di mattoni in questo modo, ci sarebbero voluti almeno 150 anni. Possibile che il faraone Cheope avesse tutto questo tempo a disposizione? Negli anni Ottanta i giapponesi cercarono di costruire un modello in scala della Grande Piramide, per un'esposizione, ma anche con le più sofisticate apparecchiature dell'era moderna non vi riuscirono. E il progetto venne abbandonato..."

 

Hueyatlaco è un sito archeologico situato presso la città di Valsequillo, alcuni km a sud di Puebla, in Messico. Gli scavi archeologici nella località vennero condotti tra il 1962 e il 1973 e condussero all'identificazione di cinque siti. Furono scoperte le tracce di accampamenti e di attività di macellazione da parte di gruppi di cacciatori, che furono probabilmente attirati dall'abbondanza nella zona di fauna ora estinta e dalla presenza di luoghi adatti all'accampamento e di piccoli corsi d'acqua presso i quali svolgere le attività del gruppo.

Gli strumenti litici di origine non locale, andavano da oggetti lanceolati lavorati a percussione su una sola faccia e piuttosto grossolani, a strumenti da taglio bifacciali, raschiatoi e lame, di tecnica più avanzata.
Gli archeologi del team di scavo, diretto da Cynthia Irwin-Williams  considerarono il sito databile tra 11.000 e 30.000 anni fa, ossia presumibilmente anteriore alla tradizionale datazione al tardo Pleistocene (precisamente circa 11.500 anni fa) dell'arrivo dei primi uomini nel continente americano, con la cultura Clovis. Tale migrazione è infatti di solito considerata essersi svolta via terra attraverso una lingua di terra emersa in corrispondenza dell'odierno stretto di Bering, in occasione dell'ultima glaciazione. La teoria è supportata dalle testimonianze offerte dalla linguistica e dalla genetica. Per la linguistica l' amerindo, che sembra diffuso a partire da nord, avrebbe avuto stretti rapporti con le lingue asiatiche. Un peculiare caratteristica nella forma dei denti, geneticamente determinata, si ritrova sia nei nativi americani che nelle popolazioni dell'Asia settentrionale e in base alla datazione del verificarsi della mutazione permette di attribuire la variazione intorno ai dodicimila anni fa. Infine l'analisi del DNA mitocondriale indica che geneticamente gli attuali nativi americani si separarono dalle popolazioni dell'Asia settentrionale circa 20.000 anni fa.

E' un vaso metallico probabilmente una lega di zinco e argento, trovato durante alcuni lavori edili a Dorchester, nel Massachusetts nel 1851 in uno strato di pietra risalente a circa 320 milioni anni fa. Questo vaso presenta l’inquietante particolarità d’avere incisi, sulla sua superficie, disegni che riproducono piante estinte del Carbonifero Superiore, cioè la stessa età della roccia in cui il manufatto sarebbe stato eccezionalmente ritrovato. I fossili di quelle piante, come dimostra l’Autore in questo articolo,erano ancora del tutto sconosciuti all’epoca in cui il vaso apparve.

Ecco qui di seguito, tradotto in italiano, il testo dell’articolo pubblicato il 5 giugno del 1852, in seconda pagina, sul n° 38 di « Scientific American », sotto il titolo Una Reliquia d’una Età scomparsa:

Pochi giorni fa una potente esplosione è stata prodotta nella roccia alla Meeting House Hill, nel quartiere di Dorchester, pochi isolati a sud del luogo d’incontro del Reverendo Signor Hall.
L’esplosione ha prodotto un’immensa quantità di pietrame, alcuni pezzi dal peso di alcune tonnellate, e scagliando piccoli frammenti in tutte le direzioni. Tra di loro è stato raccolto un vaso metallico in due parti, per la frattura provocata dall’esplosione. Rimesse insieme le due parti, questo forma un vaso a forma di campana, alto 11,4 cm, 16,5 cm alla base, 6,3 cm alla sommità e di circa tre millimetri di spessore.

Il corpo di questo vaso assomiglia nel colore allo zinco, o ad una lega metallica in cui c’è una considerevole percentuale d’argento. Sui lati vi sono vi sono 6 figure d’un fiore, o un bouquet, splendidamente intarsiato nell’argento puro, e attorno alla parte bassa del vaso una pergola, o tralcio, intarsiata anch’essa nell’argento.
Il cesello, l’incisione e l’intarsio sono squisitamente eseguiti dall’arte di un abile artigiano.
Questo strano e sconosciuto vaso era saltato fuori dalla dura roccia puddinga, 4,63 mt sotto la superficie.
Adesso è in possesso del Signor John Kettell. Il Dr. J. V. C. Smith, che ha recentemente viaggiato in Oriente, ed ha esaminato centinaia di curiosi utensili domestici, disegnandoli anche, non ha mai visto qualcosa che assomigli a questo. Egli ha fatto un disegno e preso accurate misure di questo, da sottoporre ad esame scientifico.
Non vi è alcun dubbio tuttavia che questa curiosità era saltata fuori dalla roccia, come sopra detto; ma vuole il Professor Agassiz, o qualche altro scienziato, dirci per favore come questo è arrivato lì? L’argomento è degno d’investigazione, in quanto non vi è inganno nel caso.
Quanto sopra proviene dal Transcript di Boston e quello che ci stupisce è come il Transcript può supporre il Prof. Agassiz qualificato a dirci come questo sia giunto lì più di John Doyle, il fabbro ferraio. Non si tratta di una questione di zoologia, botanica o geologia, ma una questione relativa ad un antico vaso metallico, forse fatto da Tuba-Cain, il primo abitante di Dorchester.
Questa, dunque, la nuda cronaca dei fatti, che dobbiamo soltanto emendare dalle finali considerazioni personali del cronista dell’epoca, riguardanti leggendari primi abitanti dell’antico quartiere di Boston, generate forse dalla consapevolezza che nessuno, in quell’epoca e in quei luoghi, poteva sicuramente essere in grado di concepire, e realizzare, un oggetto di quel genere.
Gli scettici hanno tuttavia ragione ad avanzare dei dubbi sulla possibilità di un inganno, dal momento che le modalità del ritrovamento non sono quelle proprie d’una rigorosa ricerca scientifica o da uno scavo comunque archeologico. Si trattava infatti dell’area d’un cantiere edile, installato sul terreno di proprietà d’una Chiesa locale, sui cui doveva essere edificata la Meeting House Hill. L’Impresa incaricata d’eseguire il lavoro si trovò presto alle prese con un problema: l’area su cui gettare le fondamenta era solida roccia puddinga e per lo scavo degli scantinati era un duro ostacolo da superare. Così non si poté far altro che sbancare tutto con la dinamite. Stando così le cose, è del tutto naturale pensare che il fortuito ritrovamento d’un oggetto “anomalo” possa essere stato in realtà la burla di qualche buontempone che, in ogni epoca e ad ogni latitudine, a riguardo non manca mai.
Il vero, il falso, l'impossibile
Uno dei più grandi astrofisici del XX secolo, Fred Hoyle, nel corso degli anni ‘80 non esitò a definire falsi gli esemplari di Archaeopteryx lithographica, scoperti poco più d’un secolo prima in Baviera nei calcari di Solnhofen, la cui formazione risale al Giurassico superiore. Com’è noto, quei fossili sono assolutamente autentici.
La polemica, tuttavia, non si è mai sopita. Nonostante la scoperta anche nella provincia cinese di Liaoning, al confine con la Corea, di dinosauri pennuti (avvenuta negli ultimi anni del secolo scorso), ed essendo ormai chiara la tendenza a ritenere gli uccelli una variante “aviana” dei dinosauri, vi sono ancora prestigiosi scienziati che si oppongono strenuamente a questa considerazione.
La comunità scientifica inglese, invece, non manifestò particolare opposizione, nel 1912, ad accettare come autentica la “scoperta” d’un avvocato del Sussex, Charles Dawson, il quale diceva d’aver trovato, alcuni anni prima, in una cava di ghiaia vicino Piltdown, resti di primati del Pliocene superiore (5 milioni d’anni fa). Il così soprannominato “Uomo di Piltdown” aveva una sconvolgente particolarità: il neurocranio era identico a quello dell’homo sapiens, mentre lo splancnocranio (la mandibola in particolare) era esattamente quello d’una scimmia. Le dotte argomentazioni si sprecarono, così come i fiumi d’inchiostro per dimostrare che si trattava proprio dell’anello mancante nella catena dell’evoluzione umana finché, nel 1953, nuovi ed accurati esami sui reperti diedero un responso traumatico: l’usura dei denti era stata ottenuta con un abrasivo moderno, di cui furono rinvenute le tracce sullo smalto, mentre la patina d’ossidazione delle ossa risultò essere nient’altro che una vernice abilmente spalmata su di esse. Lo schock fu terribile, anche perché l’amico e “compagno di merende” di Dawson era nientemeno che il dotto gesuita Teilhard de Chardin, che molte volte aveva accompagnato l’avvocato nelle sue escursioni alla ricerca dei “fossili”.
Galileo Galilei, in una lettera datata Arcetri, 15 settembre 1640, ed indirizzata al suo amico Fortunio Liceti, medico e professore d’anatomia umana all’Università di Padova, scriveva così:
Tra le sicure maniere per conseguire la verità è l’anteporre l’esperienza a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in essa, al manco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non essendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero.
In queste parole del fondatore della scienza moderna c’è tutta la sua visione del metodo scientifico. Già, ma che cos’è una sensata esperienza? Quando, ad esempio, uno dei più grandi fisici dell’era moderna, Ernst Mach, vide pubblicata per la prima volta la teoria della Relatività Speciale di Albert Einstein, fece conoscere al mondo intero tutto il suo orrore, ed il suo profondo disprezzo, per quella che non esitò a definire l’opera d’un pazzo. E non era il solo. Un altro grande scienziato dell’epoca, Pierre Duhem, professore di fisica teorica all’Università di Lille ed epistemologo di scuola empirio-criticista, nella seconda edizione della sua Théorie phisique (Bordeaux, 1914) scrisse che la teoria della relatività è il frutto di una corsa pazza e febbricitante verso concetti che gettano la fisica in un vero e proprio caos, dove la logica perde la strada ed il senso comune fugge terrorizzato.
La sensata esperienza d’un fisico, dunque, può non essere la sensata esperienza d’un altro suo collega (a meno che non lavorino insieme nello stesso team), ma non solo. Quando, una trentina d’anni fa, geologi ed archeologi si riunirono insieme a congresso per stabilire come e quando fosse esplosa l’isola di Thera nel mare Egeo, le sensate esperienze degli uni si scostarono drammaticamente dalle sensate esperienze degli altri.
Non è possibile, dunque, prima di definire il concetto di sensata esperienza, prescindere dall’altro concetto, certamente più importante, di sensata conoscenza. Nel caso del convegno sull’isola di Thera, ad esempio, il pur glorioso metodo scientifico ha sfoggiato uno dei suoi limiti più drammatici: le metodologie scientifiche di ricerca ed analisi dei dati, diverse per i due gruppi di scienziati, portavano inevitabilmente a conclusioni diverse. Il caso di cui ci stiamo occupando adesso, cioè il caso del vaso di Dorchester, appartiene invece ad un’altra categoria di ricognizioni cognitive, e cioè a un’indagine border line, ai confini estremi del modo che noi abbiamo oggi di concepire il mondo in cui viviamo. Ricerche di questo genere possono condurre soltanto a due tipi di risultato: o la riconferma del vecchio concetto baconiano secondo cui « la verità emerge piuttosto dall’errore che dalla confusione », cioè da quelle scoperte casuali che cambiano i paradigmi del nostro modo di ragionare, o il prevalere della natura cumulativa della scienza normale che avoca a sé il diritto di stabilire cos’è « problema » o no, e cos’è « soluzione » o no.
Quando Thomas Khun insegnava storia della scienza all’Università di Princeton scrisse un libro, The Structure of Scientific Revolutions (Chicago, 1970), in cui diceva le cose che ho appena ricordato. I tecnici delle varie discipline scientifiche, tuttavia, spesso ignorano i termini e le condizioni del dibattito epistemologico, e davanti ad un nuovo paradigma vedono rosso ed irrompono sulla scena con la stessa grazia di un toro liberato, alle cinque della sera, per le strade bagnate di Pamplona.
La geologia di Boston
Quanti altri mondi, dunque, sono esistiti su questa terra, prima del nostro? Quanti e quanto indietro nel tempo e quante volte l’Umanità avrebbe ricominciato daccapo il suo cammino?
Può il vaso di Dorchester essere la prova dell’esistenza di almeno uno di questi mondi perduti? Ripeto, gli archeologi hanno la loro buona ragione a sospettare di quest’oggetto, dal momento che le modalità del suo ritrovamento sono prive di qualsiasi carattere di scientificità, sia per quanto riguarda le procedure di acquisizione del reperto che per le classificazioni relative al sito.
Purtuttavia questo oggetto esiste ed è d’una fattura tale che riesce impossibile pensare che un operaio (quello che l’ha visto per primo nel pietrame della roccia esplosa) possa esserselo fabbricato in casa. A parte l’artistico lavoro di cesello, infatti, ed il sottile spessore (3 millimetri) del vaso, la stessa lega metallica che lo compone è rimasta sempre sconosciuta e non si sa gran che di essa, a parte il fatto che assomiglia all’argento.
Pur essendo impossibile, per le ragioni già dette, stabilire oggi un legame certo ed evidente, dal punto di vista scientifico, tra questo vaso e la roccia che, frantumata dall’esplosione, ne avrebbe rivelato l’esistenza, è tuttavia necessario conoscere la natura e l’età di essa, perché è questa la presunta “scena del delitto”.
La BOSTON SOCIETY OF CIVIL ENGINEERS svolse intorno al 1960 un’indagine stratigrafica sul suolo della città di Boston, poi pubblicata nel Journal of the Boston Society of Civil Engineers, vol. 51, aprile 1964, n° 2, pp. 111-154.
In questa relazione leggiamo che:
il gruppo della baia di Boston è stato diviso in due formazioni da Emerson (1917) e La Forge (1932). Queste sono il conglomerato Roxbury e lo strato superiore Cambridge (Roxbury e Cambridge sono i nomi di due quartieri di Boston, N.d.A.). Il conglomerato Roxbury è stato diviso in tre membri che, dal più vecchio al più giovane, sono: il conglomerato Brookline, lo strato Dorchester e la tillite di Squantum (Brookline, Dorchester e Squantum sono altri quartieri di Boston, mentre la tillite è una roccia sedimentaria d’origine glaciale; N.d.A.). Billings (1929) riconobbe tre formazioni che, in ordine stratigrafico, lui chiamò conglomerato Roxbury, tillite di Squantum e argillite Cambridge.
La maggior parte dei geologi che hanno lavorato sul gruppo della baia di Boston hanno riconosciuto la sua tendenza a cambiare sia gradatamente che improvvisamente nelle caratteristiche litologiche. Recentemente Billings (con una comunicazione personale) ha chiaramente dimostrato l’interconnessione del conglomerato Roxbury con l’argillite Cambridge. In un certo senso, tutte le formazioni ed i membri fin qui menzionati sono puramente aspetti del gruppo della baia di Boston, che includono argillite, scisto argilloso, arenaria, conglomerato, tillite e melàfiro (roccia basaltica formatasi in un’età compresa tra il carbonifero superiore ed il triassico, N.d.A.). In aggiunta, le sequenze degli strati sono complicate nei siti dal diabase (roccia effusiva paleovulcanica simile alla diorite) e da estrusioni melafiriche.
Queste rocce sono completamente prive di fossili, con l’eccezione della parte superiore del conglomerato Roxbury che offre, malamente conservati, forme cilindriche e ceppi di radici o tronchi d’albero (Burr e Burke, 1899). In accordo col professor Elso Barghoorn (personale comunicazione) gli esemplari sono o Callixylon o Cordaites, generi che si estendono entrambi in un periodo che va dal Devoniano superiore al Permiano.
Poiché tra il Devoniano superiore ed il Permiano c’è il Carbonifero, abbiamo dunque l’evidenza che la roccia sedimentaria del conglomerato Roxbury s’è formata durante quella particolare era geologica, e cioè intorno ai 320 milioni di anni fa.
Ebbene la collina della Meeting House Hill, situata nel quartiere di Dorchester Sud al confine con Dorchester Nord e Roxbury, e nella cui roccia sarebbe stato ritrovato il vaso, si trova in pieno conglomerato Roxbury, come si può vedere chiaramente dalla carta geologica allegata. Quando il duro cemento siliceo contiene ciottoli arrotondati, la roccia risultante si chiama puddinga; se invece i ciottoli, nello stesso cemento, sono a spigoli vivi, allora abbiamo una breccia. La roccia puddinga è talmente dura che in Italia, in epoca medievale, sopra suoi affioramenti sono stati costruiti storici ed imponenti castelli, come nella celebre Predappio, in Emilia e Romagna, o a Vobbia, in provincia di Genova. A Boston, nei quartieri di Roxbury e Dorchester, i suoi clasti sono costituiti primariamente da quarzite, granodiorite, felsite e melàfiro. Tra questi clasti, inglobato anch’esso nel cemento siliceo della roccia, si sarebbe trovato il vaso di Dorchester.
La paleobotanica nell'800
Certo non esiste una relazione evidente tra il terreno - con l’età che abbiamo accertato - su cui sorge la città di Boston ed il ritrovamento del vaso di Dorchester. Questo vaso, in teoria, potrebbe essere stato portato fin lì pure dalla Cina e buttato poi nel pietrame un attimo prima che arrivassero gli operai a ripulire il terreno. Il fatto poi che si tratti d’un oggetto unico al mondo non è di per sé significativo, anche se qualcosa di certo significa.
Tutti i più importanti musei sono pieni di pezzi unici. Al Metropolitan Museum of Art di New York, ad esempio, c’è una zuccheriera in platino realizzata dal gioielliere personale di Luigi XVI, Marc Étienne Janety, in un unico esemplare. L’arte e l’abilità di questo artigiano erano tali che persino il nuovo governo rivoluzionario si fermò davanti a lui: non solo, infatti, Janety non seguì la sorte del suo sovrano, ma addirittura ricevette importanti, e storiche, commesse da parte dei nuovi padroni della Francia. Il metro ed il chilogrammo campione infatti, entrambi in platino, furono realizzati da lui nel 1795 su incarico d’una apposita Commissione.
L’autore d’un vaso di pregiata fattura come il vaso di Dorchester, invece, è completamente sconosciuto. Un simile, abile e straordinario artigiano non solo avrebbe creato in tutta la sua vita un unico, incredibile oggetto, ma nessuno avrebbe mai sentito parlare di lui.
Potrebbe, questa sconosciuta ma secolare persona, aver raffigurato qualche pianta rara ma esistente? Ovviamente è la prima cosa che ho pensato, così mi sono recato negli uffici dell’Orto botanico di Bergamo ed ho parlato con il Direttore, consegnandogli ovviamente una foto del vaso. Costui, persona assai garbata e cortese, è rimasto per lunghi minuti in silenzio a guardare ciò che io gli avevo indicato. Sembrava molto concentrato ed io pensavo “Ci siamo! Finalmente saprò qualcosa”, ma dopo un po’ mi ha detto che non si trattava di una pianta esistente, indicandomi anche i tralci con le foglioline ai lati della figura centrale come qualcosa di non attualmente esistente. Dopodiché, senza perdere la sua iniziale cortesia, mi ha anche detto che non poteva dirmi altro, dal momento che lui è un botanico, e non un paleobotanico. A quel punto la strada delle mie ulteriori ricerche era tracciata. Quando, nel salutarci, mi ha augurato buon lavoro, ho inteso questa frase come il segno che le mie ricerche non sarebbero state vane. E così è stato. Ho ritrovato quelle piante nei testi che raccolgono i cataloghi delle piante estinte.
Dunque c’è un’altra cosa ancora più sconcertante: se fosse esistita una simile persona, intendo dire nell’arco di Storia a noi noto dell’Uomo, allora questa persona avrebbe dovuto avere, oltre alle straordinarie capacità metallurgiche e le singolari qualità artistiche - uniche in tutto il mondo - che abbiamo visto, anche il dono della profezia. Le incisioni sul vaso, infatti, riproducono PIANTE ESTINTE DEL CARBONIFERO SUPERIORE che, all’epoca della scoperta del vaso, erano del tutto sconosciute.
È vero che esistevano, già fin dal ’700, ampi trattati sulla flora del Carbonifero, dal momento che dalle miniere di carbone dell’Europa centrale e dell’Inghilterra venivano estratti in abbondanza reperti fossili di piante esistite in quell’era geologica. Erano, tuttavia, poveramente illustrati, come dice Henry Andrews jr., nel suo Ancient plants and the world they lived in (New York 1964). L’Autore aggiunge anche (pag. 232):
Uno dei primi veri contributi alla flora del Carbonifero della Gran Bretagna fu il libro di Edmund T. Artis Fitologia antidiluviana, pubblicato nel 1838. Le illustrazioni sono d’una qualità distintamente superiore a quella dei suoi predecessori ed il libro è citato come referenza ai nostri giorni per ciò che concerne le piante del Carbonifero.
Ora nello stesso anno di pubblicazione del bel libro di Henry Andrews jr. uscì anche il Traité de Paléobotanique, un’opera monumentale in 9 volumi, pubblicato sotto la direzione di Édouard Boureau (Parigi, 1964), sono riportate le figure e le foto di tutti i ritrovamenti di piante estinte di cui finora si ha conoscenza, e per ciascuna di esse è citata la referenza della fonte bibliografica. Il trattato di Boureau riporta le piante scoperte e pubblicate nel XIX secolo, come ad esempio lo Sphenophyllum verticillatum di cui è citata la sua prima pubblicazione nel 1820, e così via fino alle ultime come lo Sphenophyllum lescurianum di cui è citata la pubblicazione nel 1897. Ebbene, nessuna delle piante pubblicate nella prima metà del XIX secolo ha qualcosa a che vedere con le piante incise sul vaso di Dorchester.
Due piccole foglioline
La piccola pianta disegnata per 6 volte sui fianchi del vaso ha il fusto tozzo con un verticillo (insieme di foglie inserite allo stesso nodo) ad otto foglie molto strette alla base e via via sempre più larghe, dal tragitto slanciato e curvo. Il margine terminale contiene alcuni denti. Queste parole, che io ho appena usato per descrivere la pianta disegnata sul vaso di Dorchester e che si attagliano perfettamente ad essa, sono scritte in corsivo perché non sono mie: sono tratte dalla pag. 69 del III volume del Traité de Paléobotanique di Boureau che ho già citato e sono usate dall’Autore per descrivere uno Sphenophyllum laurae, di cui si può vedere un esemplare fossilizzato nella foto allegata. Una descrizione analoga, con la differenza che il verticillo è a sei foglie, Boureau la fornisce anche per lo Sphenophyllum kidstoni, ed anche di questa pianticella se ne può vedere un esemplare fossilizzato nella relativa foto allegata. Ebbene, per lo Sphenophyllum laurae l’anno di prima pubblicazione è il 1953, mentre per lo Sphenophyllum kidstoni è il 1931 ed appartengono, manco a dirlo, al Carbonifero superiore, cioè a 320 milioni di anni fa.
Come si può vedere dalle foto allegate, che recano la misura di riferimento di un centimetro, si tratta di piantine veramente piccole, delle stesse dimensioni, per esempio, d’un piccolo trifoglio. Nel vaso di Dorchester lo Sphenophyllum è riprodotto in scala 2:1, cioè ingrandito del doppio rispetto alle dimensioni reali di questa pianta.

I ramoscelli con piccole foglioline che decorano il resto del vaso sono anch’essi abbastanza rari e non sono molte le piante fossili vicine a loro come forma; anzi, a dire il vero di fossili di questo genere ne esiste uno solo: è lo Sphenopteris goldenbergi, la cui foto allegata rappresenta un esemplare proveniente dal bacino carbonifero della Sarre, nella Westfalia, e che è stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Dunque, ancora una volta, una pianta scoperta in epoca SUCCESSIVA a quella della scoperta del vaso e, ancora una volta, proveniente dal Carbonifero superiore.

Non solo. Anche in questa pianta la misura di riferimento del centimetro-campione ci fa capire che anche lo Sphenopteris goldenbergi è riprodotto in scala 2:1, e quindi risulta ingrandito, nel vaso, nella stessa misura dello Sphenophyllum, cioè due volte.

Anche in questo caso si tratta dunque d’una pianta le cui foglioline sono davvero di piccole dimensioni, paragonabili a quelle del nostro origano, cioè di qualche millimetro ciascuna. Naturalmente i fossili imprigionati nelle lastre di carbone non ci possono dare anche gli aromi di queste piante estinte, se mai esse ne avessero posseduto qualcuno.

Ebbene, possono due sole piccole foglioline, incise sulla superficie d’uno sconosciuto metallo, con la loro ineliminabile presenza sconvolgere dalle fondamenta le nostre più radicate certezze riguardo alla presenza, su questo pianeta, in un’epoca che sprofonda in abissi inimmaginabili di tempo, di esseri evoluti almeno quanto lo siamo noi oggi?

Cosa può essere realmente successo? Esistono altre prove d’una presenza umana in un’era, il Carbonifero superiore, in cui non esistevano ancora neppure i dinosauri mentre i mammiferi, secondo tutte le prove e tutte le evidenze finora in nostro possesso, non passavano ancora neanche per la testa del Padre Eterno?

Ebbene, queste prove esistono.

Prove non ammesse in giudizio
10 anni e mezzo dopo la pubblicazione dell’articolo su « Scientific American », che abbiamo visto in apertura, comparve sulla rivista londinese « The Geologist » (dicembre 1862, pag. 47) la seguente notizia:

Nella contea di Macoupin, nell’Illinois, in uno strato di carbone situato sotto una copertura d’ardesia alta più di mezzo metro ed alla profondità di circa trenta metri sotto il livello del suolo, sono state trovate delle ossa umane ... Al momento della scoperta tali ossa presentavano in superficie un rivestimento d’una sostanza dura e lucida, nera come lo stesso carbone, la quale però quando venne asportata lasciò le ossa bianche e con un aspetto naturale.

Naturalmente la miniera di carbone della contea di Macoupin ha un’età geologica di 320 milioni d’anni.

In seguito furono scoperte anche impronte di piedi umani in vari Stati dell’America, sempre in siti geologici del Carbonifero superiore.

Il professor W. G. Burroughs, direttore del Dipartimento di geologia del Berea College (Lexington, Kentucky), pubblicò sulla rivista edita dal Berea College, « The Berea Alumnus » (novembre 1938, pp. 46-47) le seguenti parole:
Durante l’inizio del periodo del Carbonifero superiore (età del carbone), creature che camminavano reggendosi sugli arti posteriori e possedevano piedi umani, lasciarono delle orme su una spiaggia di sabbia della contea di Rockcastle nel Kentucky. Era il periodo detto “età degli anfibi”, quando gli animali andavano in giro a quattro zampe o più raramente saltellavano, ed avevano zampe prive di un aspetto umano. Ma a Rockcastle, a Jackson e in diverse altre contee del Kentucky, così come in località che spaziano dalla Pennsylvania al Missouri, esistevano creature dotate di piedi dall’aspetto stranamente umano che camminavano servendosi degli arti posteriori. L’autore dello scritto ha dimostrato l’esistenza di tali creature nel Kentucky. Con la cooperazione del dottor C. W. Gilmore, curatore per la Paleontologia dei vertebrati alla Smithsonian Institution, è stato provato che esseri del genere vivevano anche nella Pennysilvania e nel Missouri.

Due anni dopo, nel 1940, il geologo Albert G. Ingalls, in un articolo dal titolo The Carboniferous mystery, pubblicato sul n° 162 di « Scientific American » (pag. 14), scriveva:
Se l’uomo, o anche un suo antenato scimmiesco o addirittura quel mammifero primitivo antenato della scimmia-antenato, esisteva sotto una qualsiasi forma in un epoca così remota come il periodo Carbonifero, allora l’intera scienza della geologia è così totalmente in errore che tutti i geologi farebbero bene ad abbandonare la propria professione per andare a zappare la terra. Quindi, almeno per il momento, la scienza respinge l’attraente spiegazione secondo la quale sarebbe stato il piede dell’uomo a lasciare quelle misteriose impronte nel fango del Carbonifero.

E più avanti:
Ciò di cui la scienza è sicura, in ogni caso, fin da quando due più due continua a non fare sette, i Sumeri continuano a non aver avuto gli aeroplani e la radio, e a non aver ascoltato Amos e Andy, è che quelle impronte non sono state lasciate da nessun uomo del Carbonifero.

L’école anthropologique
Un professore della Scuola Antropologica di Parigi, Vayson de Pradenne, scrisse nel lontano 1925 un libro, Fraudes Archéologiques, in cui diceva (naturalmente io non so a chi si riferiva negli anni ‘20 il de Pradenne, lo cito solo perché a me interessa il concetto generale, non l’esempio specifico. È evidente che io non intendo, e non posso, criticare metodi di lavoro di persone che non conosco):
Uno studioso può immaginare, per esempio, che la legge del progresso nelle manifatture preistoriche si debba palesare dovunque e sempre, fin nei minimi particolari. Osservando la presenza simultanea, in un deposito, di utensili ben lavorati e di altri più rozzi, stabilisce che debbano esistere due livelli. Le ere più lontane producono utensili più rudimentali...
Se in uno strato più basso trova un esemplare ben rifinito sosterrà che vi è penetrato accidentalmente, e che tale esemplare deve essere reintegrato con il sito delle sue origini ed assegnato al gruppo di oggetti appartenenti al livello superiore. Finirà per commettere degli effettivi falsi nella presentazione stratigrafica dei reperti: un imbroglio messo in atto a sostegno di un’idea preconcetta, ma portato a termine più a meno inconsciamente, commesso da un uomo in buona fede che nessuno definirà un truffatore. Tale situazione s’incontra spesso, e se non faccio nomi, non è certo perché non conosco nessuno che si sia macchiato di questa colpa.

Quello che a me interessa sottolineare è che tanti comportamenti, piccoli o grandi, isolati o no, tesi la conoscenza, sommati tra loro producono un effetto enorme, che è quello di distorcere la visione del mondo in una determinata direzione piuttosto che in un altra e tutto questo avviene nella più assoluta buona fede e sincerità degli studiosi che compiono atti inconsci di manipolazione.

Norman Malcom, in un libro intitolato e dedicato al suo maestro, Ludwig Wittgenstein (Bompiani, Milano 1964), cita le parole del grande filosofo austriaco quando criticava l’empirismo spicciolo del filosofo inglese Edward George Moore. Sono parole splendide, che costituiscono per ognuno di noi un’immensa lezione di vita e di pensiero. Esse sono le seguenti:
Moore vorrebbe guardare una casa lontana soltanto sei metri e dire con una particolare intonazione: “So che c’è una casa!”. Con questo vuol far nascere in se stesso la sensazione di conoscere. Vuole esibire a se stesso il conoscere per certo. [...] Il criterio per stabilire la verità dell’asserzione: “so questo e questo ancora” è rappresentato dal fatto che egli dice di saperlo...
Le proposizioni di Moore - “so che sono un essere umano”, “so che la Terra esiste da molti anni”, ecc. - hanno la caratteristica che è impossibile pensare a circostanze in cui dovremmo ammettere di avere prove contro di esse. Ma quando i filosofi scettici dicono “tu non sai” e Moore risponde “io invece so”, la sua risposta è del tutto inutile, a meno che non intenda assicurare loro che lui, Moore, non ha alcun dubbio. Ma non è questo il problema...
Dire: “io so” quando si tratta di dati dei sensi ... non aggiunge nulla ... e vi è una stretta analogia tra alcune asserzioni esperienziali e le asserzioni matematiche ... e cioè il fatto che l’esperienza futura non fornirà ragioni per respingerle (due più due sarà uguale a quattro anche tra un milione di anni, per cui certamente la matematica è preternaturale, viene prima della natura e la informa; è con la matematica che Dio ha creato il mondo)...
Dubbio, fede, certezza - al pari dei sentimenti, del dolore, delle emozioni - hanno caratteristiche espressioni facciali. La conoscenza non ha un’espressione facciale caratteristica. Può esistere un tono di convinzione o di dubbio, ma non esiste un tono di conoscenza.

Io sono convinto che la Scienza è lo strumento che Dio ci ha dato per spezzare le catene che ci legano alla storia della Terra, non per rinsaldarle, perché saremo costretti un giorno ad andarcene via anche da questo pianeta, e quando verrà il momento dovremo ben essere capaci di farlo, dovremo ben essere capaci di ascoltare le dure parole degli angeli.